Il piano B di Renzi, quello dei dem siciliani, e del destino, cinico e baro

Il piano B di Renzi, quello dei dem siciliani, e del destino, cinico e baro

“Non era un voto sul Pd o su Renzi”. Lo sostiene Roberto Speranza, in un’intervista all'”Avvenire”. E’ forse l’unico italiano a pensarla così, visto che la campagna elettorale si è trasformata in un Si o NO sul Premier ed il suo governo. Eppure il deputato della sinistra Pd ci crede, è una persona seria e merita di essere preso in considerazione. Ma il prodotto non cambia, e il suo rimane un giudizio che non sta né in cielo né in terra. E’ lo stesso Speranza a spiegare peraltro, che l’errore fatto da Renzi è stato la personalizzazione della consultazione popolare. Se è così, come lui pensa, e stavolta può essere condiviso il suo sospetto, c’è una ragione plausibile che smentisce il suo giudizio, il fatto che cioè si sia votato per la riforma.

Naturalmente, ci sono stati, eccome, gli elettori che hanno creduto, a torto o ragione, che il NO avrebbe provocato lo snaturamento della Costituzione, e quindi si sono impegnati perché ciò non avvenisse, ma la loro presenza, nella folla dei favorevoli ed i contrari al Presidente del Consiglio, appare marginale.

La sinistra Pd, con Massimo D’Alema e il resto della fronda, si battono perché la legislatura resti in vita, e Renzi rimanga segretario. Per quale ragione? Sono in tanti a chiederselo. Moventi multipli e non sempre sovrapponibili all’interno della stessa fronda. Speranza, per esempio, vuole che la mano passi a qualcuno che rimetta in gioco la sua area politica nel governo. Non si tratta di poltrone, tutt’altro,ma di dare ossigeno e visibilità alla sinistra interna, con provvedimenti “di sinistra”, in maniera da ridare impulso al partito che lui “privilegia”. La fase che precede il voto alle politiche e, soprattutto, il congresso del Pd, fissato per il prossimo anno, servirebbe per ridare fiato alla minoranza forza e metterla ai nastri di partenza al meglio in occasione dell’appuntamento congressuale.

Ben diversi i bisogni e le intenzioni del Presidente del Consiglio, che non ha fatto passare nemmeno minuto, dalla notizia del successo ottenuto dal NO, per annunciare le dimissioni del governo e la sua volontà di lasciare, senza se e senza ma, prendendo atto della sconfitta. E siamo arrivati al punto centrale della questione. Renzi è considerato un magnifico perdente da un’area di analisti piuttosto nutrita. Avrebbe sì, perso la battaglia, ma non ha affatto perso la guerra. Le ragioni? Da una parte c’era lui, in perfetta solitudine, e dall’altra una folla di competitori, che si trovavano dalla stessa parte per uno scherzo del destino, perché è inimmaginabile che avessero, tutti quanti, a cuore unicamente la Costituzione. Quel 41 per cento ottenuto da Renzi, e solo da lui, quindi vale, o varrebbe – fate voi – più di quel 60 per cento guadagnato dagli altri.

Se è così’, questo il conto che potrebbe farsi Renzi, il Presidente del Consiglio avrebbe tutto l’interesse di misurarsi in mare aperto, senza dovere competere contro una flotta di navi nemiche, ma contro scialuppe e imbarcazioni che stanno molto dietro a lui, per stazza e risorse.

In periferia, cioè in Sicilia, questi argomenti sono al centro del dibattito politico, ma si arricchiscono – si fa per dire – di altre  suggestioni, motivazioni, interesse, bisogni . Dopo la sbornia elettorale, che ha portato alle urne il numero più alto di elettori nei referendum e il più alto numero di NO di ogni regione italiana, il gruppo dirigente del Pd ha creduto che fosse arrivato il momento di capire come stanno le cose per cercare un espediente in grado di modificare il declino di suffragi e credito. I dem siciliani si confrontano, dunque, nell’organismo che ha più potere decisionale, e cioè il gruppo parlamentare dell’Assemblea regionale siciliana, con la presenza del presidente della Regione, Rosario Crocetta,  e del segretario regionale, Fausto Raciti (il primo esprime sopratutto se stesso, il secondo è espressione di una corrente non renziana, ma nemmeno anti-renziana, i giovani turchi). L’intenzione è di trovare il minimo comune denominatore sulla finanziaria e una exit strategy dalla “trappola” referendaria, che ha visto il partito, con le sue insegne, battersi anche nella stessa città sia per il SI che per il NO (vedi il caso Siracusa). Sullo sfondo c’è la candidatura alla Presidenza della Regione, che con il lustro di luna certificato dalla consultazione popolare non dovrebbe essere in cima ai pensieri dei capintesta, visto che chiunque scenda in campo avrebbe grossi problemi di farcela. Comunque, il primo pensiero di Raciti è stato proprio questo: lasciate da parte le vicende personali e proviamo a riflettere su ciò che è capitato in Sicilia. Moral suasion, la chiamano. Quando la esercita il Presidente della Repubblica, generalmente, non sortisce effetti. Figuriamoci se ne può sortire quando a parlare è il segretario regionale del Pd siciliano.

P.s. Il conclave è stato rinviato alla prossima settimana, non erano pronti a riflettere…

 

 

 

 

 

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