di Salvatore Parlagreco -

“E’ morto Gennaro Longo” dico a chi mi sta accanto. “E chi è?”, mi chiedono. “Una persona importante”, vorrei rispondere. Ma Gennaro Longo è “solo” un medico di Gela che ha esercitato con dignità la sua professione, “solo” un buon padre di famiglia, “solo” una persona per bene. Ha “solo” fatto parte della mia vita: l’infanzia, l’adolescenza e la giovane età. “E’ stato un compagno di scuola”, rispondo semplicemente, “Per tredici anni insieme”, aggiungo.  “Era tuo amico?”, allora domandano. “Sì, era mio amico e compagno di scuola”.

Qualcosa di più, in verità. Il mio confessore, il complice, il rifugio, il compagno di gioco, l’altro me stesso.

Mi pare d’intravedere un luogo, un volto senza età, percepisco una voce, che potrebbero condurmi a lui, ma i ricordi abitano nella nebbia di una memoria che annaspa. Seppelliti dal tempo, dalla lontananza. Ed al dispiacere si aggiunge il rammarico.

Devo provare a cucirli insieme  i ricordi. E non è facile. Dopo le scuole elementari, le medie e il liceo a Gela, lui s’iscrisse all’Università di Catania in medicina, ed io a Palermo, in Scienze politiche. Non ci perdemmo di vista, anzi.

Gennaro non amava la politica, a me piaceva la militanza. Riuscii a trascinarlo in qualche assemblea di partito. Una sofferenza, ma mi accontentava. Una volta, ecco che ora la nebbia dei ricordi si dirada, il segretario del partito si accorse di non avere una platea attenta: i quattro gatti che stavano davanti a lui, al nostro fianco, non lo ascoltavano, sonnecchiavano in modo vistoso.  Arrabbiato come un bue, ci rivolse un gestaccio, che era anche un monito. “ Dormite, dormite”, urlò, la Democrazia cristiana ne avrebbe approfittato. Come? Era il gestaccio a spiegarlo, eloquentemente.

Non riuscii a trascinarlo con me ad alcun altra assemblea di partito, ma nelle mie scorribande politiche rimase sempre al mio fianco. Per amicizia, non altro. Quel gestaccio rimase il suo cavallo di battaglia. Ogni volta che cercavo di portarlo con me al partito, me lo riproponeva e si faceva una risata.

Le nostre strade giorno dopo giorno si separarono, fra amori veri e presunti, passeggiate interminabili, notti bianche e cene rubate al desco familiare. Cambiavano le nostre parole, i nostri gesti, i nostri desideri, il nostro futuro. Ci allontanavamo l’uno dall’altro. Ne avevamo coscienza guardando “nell’altro”, non in noi.

Gennaro non fu più il compagno di scuola, e non lo fui più io per lui. Senza i banchi, i libri e i patemi d’animo delle interrogazioni, si può essere “solo” amici.  Stavamo diventando altro. I genitori non si aspettavano grandi cose da Gennaro, ma pretendevano che facesse altro. Gestivano un negozio a Gela, e lui era l’unico figlio maschio. Doveva cambiare vita. Siccome a quel tempo si cambiava vita scegliendo la professione di medico o di bancario, Gennaro fu avviato alla professione di medico ed iscritto all’università di Catania.

Non conservo alcuna memoria della sua vocazione di medico, ma nemmeno della sua riluttanza. Non gli chiesi mai conto e ragione di avere accettato il consiglio dei genitori. Avrei potuto e dovuto farlo, perché questa era la regola, non il contrario. Preferii tacere perché sapevo, o credevo di sapere, che forse l’avrei solo costretto a giustificare la sua obbedienza. Sarebbe stato ingiusto. Gennaro era scanzonato, effervescente, ma si rifiutava di sognare, di immaginarsi il futuro. Credo che vivesse con fatica quasi tutto: le relazioni, il lavoro, l’imminenza delle responsabilità. Come tanti.

Gennaro affrontò l’università con un cuore sì ed uno no, ebbe qualche ripensamento e si concesse qualche pausa. Ne aveva tutto il diritto, visto come erano andate le cose. Divenuto medico, fu un professionista serio ed impegnato. Perse la sua aria scanzonata, sarebbe stato il costo da pagare.

Non arriva niente gratis.

Da quando ho lasciato Gela, nel 1978, i nostri incontri sono diventati rari. Ci siamo persi di vista, inutile girarci attorno. Ho sempre pensato di potere fare assegnamento su di lui e spero che questo sentimento l’abbia avuto anche lui. Non ci è mai capitato, tuttavia, di metterlo alla prova.

Negli ultimi tempi la suoneria del mio cellulare ha squillato ed è apparso sul display il suo nome, ma non ho potuto parlare con lui. Sentivo un brusio indistinto, ma non la sua voce. Ho cercato di fargli sapere che c’ero, ho provato a comporre il suo numero qualche volta, senza avere risposta. Ho sospettato che avesse digitato il mio numero telefonico. Per distrazione, noncuranza.

Ma era la malattia ad impedirgli di parlarmi.

Mi porto dietro il rammarico di non avere capito, di non averlo cercato, di non avere chiesto di lui. Devo dare la colpa al lavoro, che ti ruba gli affetti?  Non giustifica niente. Gennaro si sarebbe comportato diversamente.

Ero il suo compagno di scuola, forse il più caro.