Ernesto Ruffini non gradiva che la Sicilia fosse accostata alla mafia. Amava l’Isola al punto da perdonargli, o ignorare, gli aspetti peggiori. Bacchettava perciò chiunque scrivesse o parlasse della mafia come il cancro del suo gregge.

Sono passati quasi sessanta anni, e fra quel tempo ed il nostro c’è stato il cardinale Salvatore Pappalardo, il quale alla mafia dedicò gran parte del suo pastorato. Fu lui ad ammonire le autorità dopo l’ennesimo atroce delitto di Cosa nostra, urlando la sua rabbia contro le disattenzioni, i silenzi, le bugie e i comparaggi che rubavano ai siciliani il diritto di vivere una vita normale. “Mentre a Roma discutono, Sagunto viene distrutta”, gridò Pappalardo nella Cattedrale di Palermo, gremita di folla. Parole che non sono state mai dimenticate.

La Chiesa prese coscienza, e i boss con i santini in tasca divennero demoni, anime maledette. Un oscuro parroco di borgata, padre Puglisi, insegnò ai ragazzi di Palermo che si poteva vivere senza mafia, e conquistarsi dignità e libertà. Quel prete venne ammazzato e sarà beatificato. La Chiesa, silenziosa per lunghi tratti del suo cammino in terra di Sicilia, ha partecipato alla costruzione della democrazia nel Paese. Con le sue luci e le sue ombre, mafia compresa.

Ma ieri è capitato qualcosa che rompe con il recente passato. Dal pulpito più alto della Chiesa siciliana, dal cardinale Paolo Romeo, è venuto un monito all’indirizzo di Rosario Crocetta, appena eletto presidente della Regione,  che aveva proclamato la sua devozione alla causa dell’antimafia. “Il presidente della Regione non è un pm”, ha detto Romeo, “faccia piuttosto funzionare gli uffici”.

Che è una cosa santa e giusta, se non fosse che al vertice della Regione prima di Crocetta hanno governato un presidente che sconta la sua pena a Rebibbia per concorso in associazione mafiosa ed il suo successore, che è stato costretto a dimettersi per l’accusa di voto di scambio con l’aggravante della mafia. Il cardinale non ha gradito che Crocetta facesse sfoggio del suo curriculum antimafia? Romeo, come Ruffini, ha a cuore le pecorelle del suo gregge, vorrebbe che esse fossero sollevate dai problemi di ogni giorno, gli uffici che non funzionano. Una cura generosa, ma le clientele, i comparaggi, i privilegi, i favoritismi non sono estranei affatto, alle mafie ed alla cultura mafiosa. Fare buona amministrazione significa fare antimafia e viceversa. Magari si può evitare di farne un orpello, ma ignorarla no, sarebbe omertoso.

Perché mai, dunque, Paolo Romeo ci ricorda, senza volerlo, Attilio Ruffini, che non gradiva l’accostamento della Sicilia alla mafia, convinto che fosse uno svantaggio per l’Isola?

Nella storia repubblicana non è mai accaduto che l’arcivescovo di Palermo esprimesse così forti critiche verso la massima autorità istituzionale, men che mai alla vigilia dell’insediamento. Invece che la paterna benedizione e l’augurio di buon lavoro, concessi finora a tutti coloro che si sono succeduti a Palazzo d’Orleans, dall’arcivescovato di Palermo è venuta riprovazione e critiche.

Siccome Rosario Crocetta è un credente praticante e non ha fra i suoi peccati, per quanto ne sappiamo, quello di avere mancato di rispetto al sacerdozio, la bacchettata del cardinale ha sorpreso molti, facendo immaginare che il porporato abbia tradito un inconfessabile fastidio verso la “diversità” del governatore.