L’elettorato siciliano ha punito la battaglia solitaria di Leoluca Orlando. La delusione è cocente, ci si aspettava un ingresso trionfale in Assemblea regionale siciliana, come premio di una opposizione “feroce” soprattutto al partito democratico. Invece è arrivato una bocciatura solenne, appena il tre per cento circa.

Ed allora sono in tanti a chiedersi  a che cosa sia servito spaccare il centrosinistra prima e la stessa sinistra dopo.  Il portavoce nazionale dell’Idv, divenuto sindaco di Palermo con un suffragio plebiscitario, ha infatti impedito qualunque alleanza con i democratici, dai quali ha preteso una impossibile sconfessione delle loro scelte politiche regionali. Si può non condividere una strategia, ma chiedere a chi l’adotta di fare il mea culpa, è troppo, un harakiri politico impossibile da accettare.

Ma non è finita. Entrato “faticosamente” nella coalizione di sinistra con Claudio Fava, Orlando non ha voluto sentirne di comporre una lista comune, che gli è stata richiesta dallo stesso Fava oltre che dai dirigenti di Sel, preoccupati di non raggiungere la soglia di sbarramento.

Ed ora, infatti, Fava rimprovera a Orlando il suo rifiuto, causa della sconfitta. Siccome non è come nella vita, chi rompe paga e i cocci sono suoi, la politica chiede conto e ragione e di questo misteriosissimo voltafaccia dei cittadini di Palermo al sindaco appena eletto. Come spiegare la scomparsa di cinquantamila voti nel giro di pochi mesi? Perché non è rimasto quasi niente nella stiva? Tutto gira attorno a Orlando e solo attorno a lui?

A rendere ancora più amara la sconfitta, il successo di Fabrizio Ferrandelli, il giovane ex capogruppo consiliare dell’Idv al comune di Palermo. Ferrandelli avrebbe voluto presentare la sua candidatura a sindaco proprio con l’Idv, ma non ci riuscì per l’avversione di Orlando. Anzi venne allontanato dal partito, di fatto, quando insistette nella sua richiesta di candidatura. Il rifiuto fu raccolto come una “sfida” dai movimenti cittadini che sostenevano Ferrandelli. Alle primarie di coalizione Ferrandellì battè la candidata di Orlando, Rita Borsellino. A quel punto, il sindaco sostenne che le primarie erano state inquinate da imbrogli e accusò Ferrandelli di rappresentare i sostenitori del governo Lombardo, con i quali “non bisognava avere a che fare”.

Fabrizio Ferrandelli, sconfitto, ora si è preso la rivincita. E’ stato eletto con una larga messe di voti deputato regionale, mentre l’Idv non è riuscito ad entrare a Sala D’Ercole.

Più dì uno, dunque, mastica amaro.

Sul partito di Antonio Di Pietro piovono anche critiche di altra natura. Nel partito a Roma c’è inquietudine, ai vertici non si nasconde lo scontento per il voto siciliano ma, sopratutto, per la forma-partito. Antonio Di Pietro, insomma, sarebbe rimasto a lungo il padre-padrone. Troppo solo, e con una contabilità “personale, affidata alla moglie, dicono ormai in molti, all’indomani dell’inchiesta di Report sul patrimonio immobiliare dell’ex Pm di Mani pulite. Nessun sospetto, ma una condizione che non viene accettata.

La delusione siciliana, cocente, non ha certo migliorato l’umore dei dirigenti del partito, a cominciare dal sindaco di Napoli, De Magistris, e dal capogruppo parlamentare alla Camera, Donati, che vuole un congresso organizzativo a breve scadenza.

Report, dopo quel tre per cento della Sicilia, a breve distanza dal successo elettorale alle amministrative di Palermo, è un pugno nello stomaco: se Leoluca Orlando non è riuscito ad entrare a Palazzo dei Normanni dopo avere condotto una incessante campagna “di opposizione” al Pd, è segno che qualcosa non va.