È stata la giornata della Sicilia: le emittenti televisive e radiofoniche, i grandi giornali hanno messo da parte tutto, con l’eccezione dell’uragano Sandy, in arrivo su New York, per celebrare il voto siciliano. L’onda anomala del Movimento 5 Stelle arrivata in Sicilia ora è attesa a Roma in aprile del prossimo anno, alle politiche, e ci si prepara a difendersi. Come, ancora non si capisce. Nelle parole degli sconfitti il risultato brucia ancora. Piuttosto che farsi il mea culpa quelli che sono usciti con le ossa rotte – il Pdl, Sel, Idv – cercano le ragioni in campo avverso o puntano sulla modesta rappresentatività del voto siciliano, affidato al 47 per cento degli aventi diritto. La senatrice Simona Vicari, a Porta a Porta, ha detto chiaro e tondo che a fare vincere Rosario Crocetta è stato Gianfranco Miccichè con la collaborazione di Raffaele Lombardo, facendo perfino i conti sulla percentuale di voti transitata da uno schieramento all’altro. Davanti a Bruno Vespa molto perplesso ha sostenuto che Miccichè abbia scientemente rinunciato a concorrere al successo per passare i suoi voti al candidato del centrosinistra. Una tesi sposata anche da Nello Musumeci, che entra all’Ars come capo dell’opposizione, essendo il primo dei candidati non eletti.

“Crocetta governerà con Lombardo, rimarrà in piedi lo stesso gruppo di potere”, ha annunciato. Ma, a differenza della senatrice Vicari, ha fatto un cenno al fuoco amico che nell’ultima settimana avrebbe affondato la sua candidatura (gli scandali, le critiche della Santanchè, le divisioni nel Pdl).

All’Infedele, Daniela Santanchè ha detto a Gad Lerner che la sua richiesta di dimissioni del segretario non esiste più. Le aveva richieste insistentemente per giorni. Il risultato del voto nell’Isola l’hanno appagata? Misteri della politica.

Il segretario, Angelino Alfano, in conferenza stampa, invece addebitava alle divisioni del centrodestra l’insuccesso (il 15 per cento ottenuto da Miccichè e il 25 per cento di Musumeci avrebbero assicurato la vittoria).

Leoluca Orlando ha spiegato che hanno perso i partiti, ormai morti, tanto è vero che pochi mesi fa aveva ottenuto un vistoso successo personale, il 60 per cento di voti, con un partito, il suo, l’Idv, al 14 per cento.

Fra i vincitori, Pd e Udc su tutti, si è fatto fatica a realizzare ciò che era avvenuto. “Cose da pazzi, abbiamo vinto”, ha Pier Luigi Bersani, che aveva ricevuto finora solo cattive notizie dall’Isola.

Le urne hanno lasciato in campo morti e feriti: sono rimasti fuori dal Parlamento regionale l’Idv, Sel e Fli. Hanno perso proprio male Idv e Sel, superando il 3 per cento, rimanendo perciò lontani dalla soglia di sbarramento, che è del 5 per cento.

Sono riusciti ad entrare quattro deputati di Cantiere Popolare, partito nato dalla scissione dell’Udc, che invece ha ottenuto, nonostante tutto, un successo lusinghiero, sfiorando la percentuale di suffragi guadagnata nel 2008.

L’astensionismo e l’onda grillina, tuttavia, segnano in modo indelebile il voto, non c’è alcun dubbio. La palma di maggior partito nell’Isola viene assegnata al Movimento 5 Stelle, che ha raggiunto il 18 per cento: una scelta tecnicamente corretta, ma politicamente inesatta, perché il Partito Democratico ha presentato due liste e la seconda, quella del Presidente Crocetta, ha superato la soglia e portato in Assemblea cinque deputati regionali. È stato uno spacchettamento tattico, peraltro adottato anche dalle altre coalizioni (centrodestra, autonomisti).  Ma poco importa: Grillo manda in parlamento quindici deputati: tutti giovani ed emeriti sconosciuti.

Il numero di uscenti che ce l’hanno fatta è il più basso di tutti i tempi e l’età media dei deputati potrebbe essere anch’essa la più bassa di tutti i tempi. Il cambio e l’età non sono di per sé delle qualità, ma restano requisiti essenziali per qualunque svolta.