di Giuseppe Di Bella -

Crocetta ha vinto ma non ha la maggioranza per governare. Il centrodestra ha perso due volte, ma non è l’unico sconfitto. Il movimento 5 stelle è il primo partito in Sicilia. E forse anche in Italia dove il voto di opinione è molto più forte che in Sicilia.

I risultati delle elezioni regionali profilano ancora una volta una situazione pirandelliana determinata da una legge inadeguata a garantire la governabilità della Regione. Crocetta non è autosufficiente e dovrà andare alla ricerca di una maggioranza nuova o trovarla sui singoli provvedimenti.

Queste elezioni siciliane sono inoltre sintomatiche del deteriorato rapporto tra lo Stato ed il cittadino, come mediato dall’attuale sistema politico. Sono una sintesi di quanto accaduto in Italia negli ultimi anni e la premessa di ciò che potrebbe accadere nei prossimi.

La maggioranza dei siciliani non ha più alcuna fiducia nella classe politica che ha fin qui governato il Paese e non credono possibile una sia pur tardiva redenzione.

Infatti il dato più importante di queste elezioni appare quel 52,6% di astensioni, ovvero la maggioranza assoluta. La sconfitta “istituzionale” di questa classe e di questo sistema politico è netta e totale: il primo partito è quello dell’astensionismo, ovvero quello della sfiducia illimitata, della condanna senza appello.

Un astensionismo di questa portata, compromette il rapporto sinallagmatico tra cittadino e Stato, delegittimando gravemente l’effettività della rappresentatività.

Si dice sempre che delle astensioni si parla per un giorno e basta e che il giorno dopo non contano più niente. Sarà così anche questa volta, ma in questa occasione i numeri sono veramente drammatici per la Democrazia. E lo sono ancor di più se questo dato viene letto insieme all’affermazione della lista del Movimento 5 stelle: sommando il voto di protesta all’astensione di protesta ed alle schede bianche e nulle, si ottiene che sette siciliani su dieci non vogliono più saperne dell’attuale sistema politico che ne esce dunque sostanzialmente delegittimato.

La sconfitta più clamorosa è quella del sistema nel suo complesso, della politica meschina nel suo insieme, degli uomini inadeguati e delle idee ovvero della mancanza di esse.

Non serve a nulla esorcizzare puerilmente l’accaduto come fa Bersani con la semplicistica “disaffezione al voto”. La disaffezione è verso l’uso distorto e personale della politica e della cosa pubblica, l’egoismo e l’incapacità di governare i processi dimostrata da generazioni di politici e aggravata dalla crisi economica e finanziaria in atto.

Il centro destra diviso perde due volte con Micciché e Musumeci ed oltre la recita del mea culpa, si rende conto che a nulla sono servite le inesauribili astuzie messe in campo da una politica litigiosa, fine a se stessa, che ha sacrificato la vittoria sull’altare di ambizioni personali di chi ha voluto giocare la solita vecchia partita a scacchi della politica autoreferente. I numeri dicono che la spaccatura del centrodestra è stata esiziale ed il ruolo dell’UDC molto importante.

Alla fine della via crucis del Governo Lombardo, si scopre che abbiamo perso tempo, che non sono servite a nulla le stravaganti e a tratti incomprensibili scissioni e alleanze della destra, le scomposizioni finte o vere per moltiplicare il nulla, i ribaltoni continui, i personalismi bizantini, i vacui apparentamenti di comodo, i matrimoni di una notte che sono serviti solo a tirare avanti senza affrontare i veri problemi dell’Isola ora consegnati a Crocetta, senza che Questi abbia una maggioranza per governare.

La politica nazionale non potrà non tenere conto di questo risultato e Alfano, Bersani e Casini avranno di che discutere in merito alla vera casa dei moderati ed al loro ruolo in sede nazionale.

Deludente il risultato dell’IDV che si vede sfilare definitivamente da Grillo la immeritata palma di quella invenzione che è la cosiddetta antipolitica. Male anche le altre formazioni minori che non entrano nel Palazzo.

E veniamo all’altro elemento di novità, forse al vero vincitore: Cancelleri e quindi Grillo ed il grillismo. E’ il movimento della protesta che con il suo 18,4% si piazza al terzo posto, percepito dai cittadini con l’assunto del “chiunque non rappresenta questa politica mi rappresenta”, anche se per fare questo i siciliani hanno dovuto vincere la millenaria paura del ”diverso da se”, del non clientelare, e affidarsi ad una forza nuova e sostanzialmente sconosciuta nelle sue capacità di gestione.

Molti hanno scelto “il salto nel buio” come è stato definito dallo stesso Grillo, aggiungendo meglio l’ignoto che l’ignobile. Nel salto era già compresa l’eventuale impossibilità di formare un Governo a fronte della decisione, già presa da Grillo, di non allearsi con nessuno.

I partiti ora fanno a gara per gridare più forte allo scandalo e ai pericoli dell’antipolitica, ma sanno bene che non è così.

Tutto è politica e lo è anche, direi soprattutto, il risultato di Cancelleri e Grillo. Chi addita l’antipolitica a demone della democrazia, ha fino a ieri gestito clientele. Grillo non è un terrorista: ha partecipato a elezioni democratiche (a ciò lo invitammo democraticamente nel 2008, sulle colonne di questo giornale, quando non voleva partecipare ai “riti della democrazia”), si possono condividere o meno le sue idee ma chi si nasconde dietro il falso paravento dell’antipolitica per spaventare gli elettori o i clienti è, nella migliore delle ipotesi, un incapace a corto di idee.

Ma dietro le quinte c’è dell’altro. La politica, in Sicilia più che altrove, ha chiuso gli occhi per anni sull’economia reale ed ha incentrato la sua azione principalmente sulla spesa pubblica. Oggi il Paese e quindi i partiti non hanno più niente da spendere e la Regione conta un debito enorme. Anzi la spesa pubblica è destinata a diminuire perché la pressione fiscale è insostenibile e ulteriori prelievi, oltre la patrimoniale annuale travestita da IMU introdotta da Mario Monti con il consenso di chi si è sempre professato contro la patrimoniale, avrebbero conseguenze disastrose sull’economia e sulla struttura produttiva.

Infine non si illuda la politica nazionale di esorcizzare questi risultati con manovre di Palazzo o con il ritorno in pista di cavalli azzoppati. L’impressione è che ancora una volta dalla Sicilia sia iniziata la conquista dell’Italia.