di Massimo Costa -

E adesso non diciamo più che i Siciliani sono sempre gli stessi, immutabili, irredimibili. Certo, il bicchiere si può sempre vedere mezzo vuoto o mezzo pieno. Qualcuno potrebbe osservare che postcomunisti, postsocialisti e postdemocristiani domani governeranno ciò che resta della Sicilia dissanguata. Cosa c’è dunque di nuovo? Rosario Crocetta ha vinto, e con lui Casini e Bersani, gli uomini di Monti, dell’Italia e dell’Europa tecnocratica, alla quale i Siciliani in maggioranza hanno scelto di voler restare attaccati, come i greci che hanno scelto Samaras e il rigore. E ora attendiamoci il rigore, con tutto ciò che consegue. Per inciso, facciamo gli auguri a Crocetta, che oggi rappresenta comunque il Presidente di tutti i Siciliani. Spero ricorderà la mia “profezia”, quando ci incontrammo nella sua segreteria politica, ad agosto se non ricordo male. Presi le distanze non tanto da lui, quanto dai suoi principali ”danti causa” che mi convincevano e mi convincono poco, ma gli pronosticai: “Tu vincerai, ma non avrai la maggioranza”. Beh, la seconda parte della previsione era piuttosto facile, ma la prima, allora, non lo era altrettanto. Buon lavoro dunque.

Ma guardiamo con più attenzione al dato elettorale; quello che è successo è un terremoto che non ha pari, nemmeno dopo la caduta della prima repubblica e della prima regione. Lì, in gran parte, si trattò di un cambio di casacca. Qui ci sono nomi e volti realmente nuovi.

Analizziamo alcuni dati. I partiti “italiani”, quelli che in un modo o nell’altro dipendono dalle segreterie romane, oggi prendono complessivamente una percentuale di poco superiore al 60 %, la maggioranza dei Siciliani dunque. Ma, scorrendo gli annali delle consultazioni regionali in Sicilia, una disaffezione nei confronti dei partiti così alta non la si è riscontrata mai nell’era repubblicana, nemmeno ai tempi di Finocchiaro Aprile. Il 40 % circa dei siciliani che ha votato, ha votato in un modo o nell’altro per candidati “locali”, gente che non ha un “capo” a Roma o a Milano. Un terremoto senza pari. Un chiarissimo segnale del fatto che i Siciliani che hanno votato non hanno intenzione di farsi portare via in alcun modo l’Autonomia. Di questo a Roma dovranno tenere conto. O saranno guai. La Sicilia è ancora una polveriera.

 Lo stesso Crocetta pubblicamente si è smarcato più volte dai diktat romani. Ha  votato a Strasburgo contro gli ordini di partito e ha difeso pubblicamente l’Autonomia, certo in chiave “non” sicilianista, va da sé, ma si è distinto in questo tanto da Musumeci che ha mantenuto una neutralità piuttosto malevola (non ne ha parlato esplicitamente o, costretto, ha solo detto di essere contrario all’Autonomia “piagnona”, rinnegando il suo stesso passato), quanto da Fava (poi surrogato dalla Marano) che ha sposato esplicitamente la più becera causa antistatutaria de La Repubblica e che è uscito letteralmente con le ossa rotte. La “neutralità benevola” di Crocetta sulla questione ha pagato. Musumeci non poteva fare altrettanto, alleato com’era della Lega che ogni giorno invoca il nostro commissariamento.

Ma la vera risposta, anche se in negativo, i Siciliani l’hanno data col “non voto”. E questa è un’altra novità. Cosa nostra, il clientelismo, l’assistenzialismo, questa volta hanno esaurito le loro cartucce, e i loro mentori, a sinistra, a destra e al centro, si sono mostrati per cosi dire “nudi”, col solo consenso di opinione, assai ridimensionato rispetto alle consultazioni “drogate” del passato.

Non ci lamentiamo troppo però di questo astensionismo. Certo è negativo. Ma preferisco un 47 % di elettori che votano perché credono nelle elezioni, che un 90 % che va a votare perché distribuiscono posti pubblici o pacchi di pasta. Aveva ragione Grillo: la mafia oggi è andata via. Basta con le ipocrisie antimeridionali. Certo ci sarà ancora, ma andatela a cercare soprattutto a Milano e dintorni. La prossima conferenza mondiale sulla legalità la facciano a Roma, che ne hanno tanto bisogno, molto più di noi.

La terra di Berlusconi, del 61 a 0, dei “cappotti” dell’area cuffariana, è ormai consegnata alla storia. Al suo posto, a destra, un cumulo di macerie fumanti, che promette di travolgere l’intero centro-destra italiano. Ma non appare da sottovalutare la persistenza cuffariana del “Cantiere popolare”, fenomeno questo da considerare del tutto endogeno alla Sicilia per caratteristiche culturali, politiche, finanche antropologiche. Non spariranno facilmente, almeno da Palermo. Forse andrebbero scorporati – a modo loro – da quel 60 % che abbiamo attribuito alle forze nazionali italiane.

Ma come sta l’Autonomismo dopo queste elezioni?

Diciamo che ne esistono per lo meno tre.

Quello “tradizionale”, di governo, dell’asse sicilianista PdS-FdS.

Quello del tutto nuovo, ancora da interpretare, del 5 Stelle di Sicilia.

Quello dei “piccoli” (non si offendano ora, a urne chiuse) delle molte liste “fai da te” o anche di quelli che, scrivendo molto sul web, poi non hanno la forza neanche di presentarla una lista.

Partiamo proprio da loro. A parte i Forconi di Ferro che hanno dimostrato almeno di esistere, ma che pagano una serie interminabile di errori da gennaio ad oggi, e che li hanno condotti politicamente al capolinea, gli altri hanno dimostrato in queste elezioni tutta la loro velleitarietà. Non esistono, semplicemente. Ne prendano atto e trasformino i loro presunti “partiti” in circoli e associazioni d’opinione. Non parlino più per favore di fantomatici “congressi provinciali” o di accordi politici o di altro. Si accodino al sicilianismo che c’è, e che conta. La Sicilia ha voltato loro le spalle. Persino l’indipendentismo – mi consta -, quello vero, quello vitale, ha votato e fatto votare per il 5 Stelle e, in qualche provincia, anche per il Partito dei Siciliani. Qual è il loro ruolo? Nessuno. Spero che abbiano l’umiltà di riconoscerlo. I Forconi – come detto – hanno dimostrato di esistere, ma ora devono decidere cosa fare di questo consenso. Questa strada della rivoluzione solitaria, e un po’ presuntuosa, non paga. Ma hanno avuto un certo credito da parte della popolazione siciliana. E’ bene non disperderlo. Vedremo. A metà del guado sta De Luca. Indecifrabile il suo voto: simpatie personali, e quindi lista ”fai da te”? Apporto determinante di Forza Nuova? Sono loro la nostra Alba Dorata sicula? Se così buona fortuna. Anche se non praticabile da nessuna parte, anche questo voto, per quanto piccolo, è segno di un malcontento, di una Questione Siciliana che non va sottovalutata.

L’asse Miccichè - Lombardo, invece, è risultato sconfitto nel complesso. Inutile non ammetterlo. Certo cadono in piedi. Indispensabili per la maggioranza, da un lato, e comunque forti di un consenso tutt’altro che trascurabile. Non fosse per il 5 Stelle sarebbero davvero l’ago della bilancia della politica siciliana. Ma anche così contano ancora molto. Le “rivolte” autonomiste in Sicilia non sono mai durate più di una legislatura. La sopravvivenza politica del Partito dei Siciliani, con il suo 9 %, e dei meridionalisti di Miccichè, sono un soggetto con cui – vuoi  o non vuoi - bisognerà fare i conti. Cosa pagano? Tante cose. Il programma prometteva cose rivoluzionarie, in gran parte anti-Monti e anti-Europa, non troppo distanti nella lettera dal 5 Stelle. Ma le “facce” non erano credibili. Miccichè poteva dire qualunque cosa; nell’immaginario siciliano restava sempre il “pupillo” di Berlusconi e Dell’Utri. A parte il logorio della presidenza Lombardo, il suo linciaggio mediatico, meritato o assai interessato, la sua fuga dai riflettori che ha lasciato il partito acefalo, l’elettorato in gran parte non ha creduto nel messaggio “di lotta e di governo”. Su youtube passava il messaggio sulla Repubblica Siciliana, poi si vedevano certi faccioni sui cartelloni elettorali, e veniva da dire “ma va….”.

Troppo alternativi per i bempensanti, troppo logori per chi voleva cambiare davvero le cose. Ora devono stare attenti. Il loro consenso è ancora importante ma molto …friabile. Devono scegliere. O si “intruppano”, con una verniciatina di autonomismo, tra i partiti del sistema e fanno come sempre hanno fatto in attesa di tempi migliori. O si trasformano in un vero partito nazionalista siciliano, con un ricambio genetico della classe politica regionale. E lavorano su tempi più lunghi. Saprà Toti Lombardo incarnare questa evoluzione? Nel primo caso devono entrare senza se o ma nell’alleanza con Crocetta, negoziando sulla legge elettorale, sul programma, sugli assessori, su tutto.

Nel secondo caso dovrebbero sdegnosamente raggiungere il 5 stelle all’opposizione e lasciare che a Palazzo d’Orléans si formi una maggioranza come quella che c’è in Italia (PD-UDC-PDL), che fatalmente sarebbe odiata e screditata dagli elettori siciliani e che fra tre anni al massimo tornerebbe alle urne. E’ una scommessa. Ma devono scegliere. A metà del guado si sciolgono a pezzi, come un biscotto a mollo, e di loro in breve potrebbe non restare traccia.

E poi ci sono i veri vincitori di queste elezioni: i 5 Stelle. Inutile, puerile, negare la loro vittoria. Predicano un autonomismo radicalmente nuovo. La lettera aperta a Monti parla chiaro: giù le mani dalla Sicilia e dalla sua Autonomia! Promettono di ridarla nelle mani dei Siciliani. Avranno l’esperienza, la competenza per farlo? Porteranno il sale, il valore aggiunto di un identitarismo completamente nuovo a Palazzo Reale? Non possiamo ancora saperlo. Si trasformeranno anche loro in un grande partito nazionale come tutti gli altri? Gli occhi sono puntati su di loro. Potrebbero essere l’inizio di una nuova Italia e di una nuova Europa (ah, questa Sicilia, da cui inizia tutto…) o essere una delusione. Staremo a vedere.

Di certo c’è che oggi guardo i miei concittadini con un occhio nuovo. Vuoi vedere che dobbiamo cominciare a fidarci l’un l’altro e dei Siciliani in generale?

E se provassimo a rilanciare con quel progetto di Costituente e di Referendum per una nuova Autonomia di cui si parlava altra volta? Forse questa volta, trasversalmente, in Assemblea i numeri li abbiamo. E chi mai toccherà un Popolo che si è scelto la Costituzione che vuole avere?