A leggere le immagini pubblicitarie da sessant’anni a questa parte, si direbbe che la liberazione delle donne è opera del Minipimer. Una rapida e non esaustiva carrellata delle figure femminili in pubblicità consente di osservare la secolare tendenza della società patriarcale a sfruttare l’immagine e il corpo della donna.
Non molto è cambiato dall’inizio del ‘900 ad oggi: la donna era e rimane soggetto-oggetto di messaggi per la promozione di prodotti. La costante femminile in pubblicità appare ingabbiata in una serie di stereotipi, sempre filtrati dallo sguardo e dal desiderio sessuale degli uomini. Dalle muse enigmatiche dei manifesti Art Nouveau di Alfons Mucha, al mito dell’angelo del focolare costruito da Carosello, per giungere alla donna moderna e aggressiva degli anni ’80 e ’90. Anche se esistono dei rari esempi virtuosi di pubblicità al femminile, oggi l’immaginario patinato ci offre quasi esclusivamente “superdonne” dai corpi perfetti.
La pubblicità riflette la società in cui viviamo, si ispira ad un immaginario collettivo e lo plasma a sua volta. La forza della comunicazione pubblicitaria va oltre la finalità di informare sull’esistenza di un prodotto o di un servizio ma investe la mentalità e crea dei modelli culturali. D’altra parte, il linguaggio della pubblicità attinge a uno specifico contesto culturale e la sua stessa forza comunicativa si basa sulla nostra capacità di individuare in determinati segni dei significati culturali condivisi.
L’ immagine del corpo e la rappresentazione femminile cambiano dunque a seconda del discorso sociale. Le donne italiane degli anni ‘50 e ‘60 erano le casalinghe di Carosello. A quel tempo si faceva appello a valori come la famiglia e la religione, mentre con il tempo si è assistito alla progressiva erosione della tradizione in favore di una diversa visione della donna.
Anche se l’immagine della “domestica” permane nelle pubblicità di detersivi e prodotti per la casa, oggi l’idea della donna come persona viene annullata attraverso la frammentazione del suo corpo. Non c’è spazio per la complessità comunicativa ma spesso si individua una parte per il tutto: parti anatomiche come bocca, seno, glutei diventano ipertrofici e messi in mostra, perché, in barba a tutti i movimenti femministi, l’immagine sociale che la pubblicità dà delle donne rimane fermamente “ritagliata” in base ai desideri maschili.
Si può distinguere la pubblicità rivolta alle donne (quasi sempre riguarda salute, bellezza, benessere fisico) e pubblicità che usa la donna, nella quale la figura femminile – funzionale al messaggio pubblicitario – è solo uno strumento per il lancio del prodotto. In questo caso è facile assistere ad un uso inappropriato del corpo e all’emersione di figure femminili prive di personalità. La donna-oggetto è dotata di una femminilità passiva che allude ad un ruolo di amante e concubina, dedita alla soddisfazione dei bisogni sessuali del maschio. Questo tipo di donna “si acquista” simbolicamente insieme al prodotto, non importa che si tratti di un’auto, di un liquore o delle tariffe di una compagnia telefonica.
Nel 2008 il Parlamento europeo ha approvato la proposta di Eva Britt Svensson di imporre uno stop a pubblicità sessiste e degradanti per le donne. Secondo il deputato svedese, sarebbero in aumento le pubblicità e i programmi televisivi che istigano alla violenza sessuale.
Le campagne contro la violenza sulle donne non hanno efficacia se minate dalla costante presenza di stereotipi sessisti sui mass-media, che ammiccano all’idea di fondo che le donne siano “proprietà” degli uomini.

















Un commento a "Come la pubblicità “ritaglia” il mondo femminile – FOTO"
12/10/2012
UNICOM SUL WORKSHOP ‘PUNTO E A CAPO: FOCUS SULLA COMUNICAZIONE DI GENERE’
La ricerca dell’effetto shock a tutti i costi e l’utilizzo stereotipato, se non addirittura distorto, della figura femminile sono diventati negli ultimi anni dei paradigmi sempre più diffusi nell’ambito pubblicitario.
Una situazione degenerativa che oltre a svilire, e spesso offendere, la figura della donna ha accentuato il rischio di uno scadimento della professione del comunicatore.
Per questo Unicom – Unione Nazionale Imprese di Comunicazione ha fortemente voluto l’organizzazione, nell’ambito de “La Settimana della Comunicazione”, di un momento di analisi e confronto su questa delicata tematica.
Si è così tenuta venerdì 5 ottobre, presso Accademia di Comunicazione, la tavola rotonda “Punto e a capo: focus sulla comunicazione di genere”.
Particolarmente apprezzato dal variegato pubblico in sala, l’intervento di Daniela Brancati. La famosa giornalista e scrittrice, oggi vero punto di riferimento in Italia nello studio delle dinamiche sociali con particolare attenzione al mondo femminile e dei giovani, ha analizzato in modo puntuale il cortocircuito che negli ultimi anni ha caratterizzato il nostro paese e che ha portato alla completa distorsione del ruolo della donna nei più svariati ambiti e non solo in quelli più evidenti quali la televisione e la pubblicità.
Un’analisi tecnica del mondo della comunicazione di genere è invece stata condotta dagli altri due ospiti: Vincenzo Guggino – segretario generale IAP e Federico Rossi – consigliere nazionale Unicom, moderati nella tavola rotonda da Daniela Rossi professionista della comunicazione con una forte specializzazione nella comunicazione di genere.
Dopo una carrellata di alcune campagne sanzionate dall’Istituto di Autodisciplina Pubblicitaria, e come tali “paradigmatiche” della deriva creativa, Guggino si è soffermato sul ruolo dello IAP e sull’impegno profuso per garantire un innalzamento del livello qualitativo della comunicazione in Italia.
Rossi invece ha analizzato la problematica dal punto di vista delle agenzie, focalizzandosi sulla confusione che spesso si genera tra notorietà immediata (raggiungibile anche tramite la pubblicità shock) e reputazione (costruibile solo nel lungo periodo attraverso un percorso virtuoso e fortemente minata dall’uso improprio della comunicazione). Rossi ha altresì ribadito il ruolo proattivo che, nonostante il periodo di crisi, le agenzie devono assumere sul fronte della ricerca creativa come risposta necessaria a ovviare alle soluzioni più semplici ed estemporanee illusoriamente offerte dalla pubblicità shock.
Tutti gli interventi si sono caratterizzati per un comune denominatore: l’importanza di un cambio culturale.
Solo imboccando la strada, sicuramente lunga e difficile ma alla fine premiante, di una discontinuità e crescita culturale a tutti i livelli si potrà arrivare a un effettivo cambio di rotta e, in particolare, alla diffusione di una comunicazione che non ricerchi la notorietà a tutti i costi e che rimetta al centro la qualità e il rispetto del target