La sera del 27 ottobre 1962 cade il bireattore proveniente dalla Sicilia su cui viaggiava Enrico Mattei.  Sono trascorsi cinquanta anni.  La morte del presidente dell’Eni resta, per molti versi, un mistero. Nessuno ha pagato. Sui mandanti solo illazioni. Sugli esecutori molte ipotesi. Sul dopo Mattei, la scomparsa di Mauro De Mauro, giornalista del quotidiano L’Ora. Alberto Di Pisa, Procuratore della Repubblica di Marsala,  ha studiato atti giudiziari relativi all’inchiesta , dichiarazioni di pentiti e articoli di stampa.  Una indagine  meticolosa,  suggestiva, di estremo interesse, pubblicata anni fa su un periodico, l’Euromediterraneo.

A quali conclusioni è giunto, dottore Di Pisa?

“È possibile che il destino di Mattei si sia incrociato con quello di uomini potenti mandanti del ‘colpo di Stato continuato’ di cui parla Mauro De Mauro nei suoi appunti”.

La strategia della tensione, i golpe annunciati o tentati e poi archiviati. È di questo che lei parla?

“Alcuni giorni prima della sua scomparsa De Mauro si era vantato con più di una persona di essere sul punto di fare ‘un colpo’ che gli avrebbe procurato la laurea in giornalismo: diceva di avere per le mani ‘una cosa grossa, grossissima, qualcosa che farà tremare l’Italia’ e alla domanda se si trattasse di una inchiesta giornalistica, il giornalista avrebbe risposto che si trattava di un film”.

Che cosa aveva in mano Mauro De Mauro? Si vantava o era depositario di segreti pericolosi? Chi era Mauro De Mauro?

“Nel 1962 gli acerrimi nemici di Mattei erano un noto avvocato, personaggio potente, grande esperto in materia economico finanziaria, furbo di una furbizia che taluno ha definito satanica. Nel ’43 aveva partecipato alle trattative dell’armistizio di Cassibile, e insieme ad alti ufficiali americani e mafiosi del calibro di don Calogero Vizzini aveva discusso (come riferiva il console americano a Palermo Alfred T. Nester), il problema del separatismo e dell’autonomia regionale siciliana. Suoi nemici erano i mafiosi amici del suddetto avvocato i quali avrebbero potuto agire per conto proprio o di un potente petroliere italiano (di cui si parla negli appunti di De Mauro relativi al colloquio con l’avvocato) o ancora meglio dei petrolieri americani”.

C’è un personaggio-chiave in questa vicenda? Enrico Mattei fu tradito dall’interno? Fuoco amico o fu punito per le sue spericolate concessioni agli arabi, che rompevano il cartello del petrolio?

“Il testimone oculare dell’incidente aereo sul cielo di Bascapè, insieme alla moglie, hanno potuto contare per anni sulla generosità della Snam, azienda del gruppo Eni. Mario Ronchi, questo il suo nome, ha confermato sostanzialmente l’esplosione in volo dell’aereo, nella immediatezza dei fatti, successivamente modificherà ed aggiusterà, nel corso delle indagini, la propria versione. È un punto oscuro”

Perché Enrico Mattei fu punito con la morte?

“Mattei non rispettò  il patto della Red Line, la linea Rossa che obbligava i firmatari – tutti occidentali – a non farsi concorrenza tra loro”.

Assunse questa decisione da solo? Possibile che non avesse alleati?

“L’ambizione di Mattei non era circoscritta ai confini nazionali. Rompe l’assedio delle grandi società petrolifere e stringe accordi con i paesi extracoloniali, quelli arabi produttori di petrolio che vogliono affrancarsi dal monopolio e dal dominio del cartello. Mattei voleva cambiare i rapporti di forza economici e politici in Italia e sopratutto infrangere la subordinazione dell’Italia alla politica economica americana che in quegli anni condizionava pesantemente le forze politiche del governo Italiano. A questo punto è chiaro che per le grandi compagnie petrolifere Mattei comincia a diventare un problema serio, una vera e propria mina vagante anche perché il progetto politico di Mattei mira sostanzialmente a porre l’Italia al centro del Mediterraneo”.

Che cosa spinse Mattei a mettere in gioco l’Eni, il suo Paese e se stesso nella partita del petrolio medio-orientale?

“L’idea di Mattei era che l’economia italiana potesse svilupparsi soltanto a condizione che acquisisse un minimo di indipendenza. Le sue scelte furono certamente dirompenti per l’assetto politico economico nazionale ed internazionale”.

Sulla morte di Mattei c’è una spy story che non è stata ricostruita per intero.

“La politica di Mattei attira anche, come era inevitabile, l’attenzione dei servizi segreti americani e non bisogna dimenticare che il Sifar e cioè il servizio segreto italiano, era strettamente dipendente dalla CIA. Come scrive De Lutiis, inoltre il Sid inviava regolarmente i rapporti riservati al presidente della Montedison Cefis”.

Che cosa hanno in comune le morti di Mattei, Kennedy e Moro?

“Mattei come Kennedy e come Aldo Moro sono stati uccisi da mani diverse ma per lo stesso motivo: non si adattavano a discipline superiori. E tanti altri sono stati uccisi come loro”.

Lei sembra non avere dubbi, dunque, sul sabotaggio dell’aereo che provocò la morte di Mattei.

“Documenti inoppugnabili testimoniano che il presidente dell’ENI era stato minacciato di morte e che gli era stato vietato di occuparsi dell’Algeria, del petrolio e del gas. In un’intervista rilasciata al Corriere della Sera, il 25 giugno 1995, Angelo Mattei, nipote del Presidente dell’Eni, ha affermato ‘Cefis ha rovesciato la politica dell’Eni. Lui si è messo con le Sette Sorelle, le grandi società petrolifere che osteggiavano le aperture di mio zio all’Est e ai paesi africani’. Si tratta certamente di affermazioni gravi sulla cui fondatezza non possiamo dire nulla”.

Che ruolo ebbe la mafia siciliana nella morte del presidente dell’Eni?

“L’ipotesi del complotto internazionale per uccidere Mattei sembrerebbe avvalorata da alcuni pentiti di mafia. L’aereo del Presidente dell’Eni sarebbe stato sabotato per fare un favore a Cosa nostra americana che a sua volta avrebbe agito per fare un favore a personaggi vicini alle grandi compagnie petrolifere. I boss siciliani avrebbero ottenuto il contatto con Mattei tramite Verzotto mentre l’esecuzione sarebbe stata affidata al capomafia di Riesi, Giuseppe Di Cristina. Alcuni mafiosi avrebbero invitato Mattei ad una battuta di caccia in una riserva nei pressi di Catania il che avrebbe consentito di manomettere il bireattore  del presidente dell’Eni. La fase operativa di avvicinamento all’aereo di Mattei e collocazione dell’ordigno non fu gestita dalla organizzazione mafiosa ma da soggetti diversi. Buscetta ha riferito di ignorare l’identità di coloro che collocarono la bomba sfuggendo alla vigilanza esistente in aeroporto”.

La mafia siciliana si avvalse della collaborazione di altri ambienti politici e militari italiani?

“Da indagini condotte dalla Procura militare di Padova è emerso che, tra il 1960 e il 1962 una delle guardie del corpo di Mattei, tale Giulio Paver, sarebbe appartenuto alla organizzazione Gladio e che si dimise dall’Eni poco dopo la morte di Mattei. Allo stesso gruppo di Gladio risultarono aderenti anche Lucio e Camillo Grillo. E fu proprio un mai identificato capitano Grillo ad ispezionare l’aereo di Mattei poco prima del decollo. Due ore prima del decollo, all’aeroporto di Fontanarossa, il pilota del bireattore  venne chiamato al bar su richiesta – gli dissero di Mattei – . Ma al bar non c’era nessuno. Nel ritornare indietro il pilota vide scendere dal velivolo una persona in divisa che si qualificò come il capitano dei carabinieri Grillo”.

Enrico Mattei sapeva di essere in pericolo? Esternò le sue preoccupazioni? Furono messe in atto misure di vigilanza?

“Due settimane prima del sabotaggio, Leonid Kolosiov, agente del KGB, aveva avvertito Mattei dei pericoli che correva ed in particolare del fatto che le sette sorelle  avevano deliberato la sua condanna  a morte”.

Che cosa sapeva esattamente Mauro De Mauro? Perché fu ucciso?

“Stefano Bontade venne a sapere che De Mauro stava avvicinandosi troppo alla verità e organizzò il prelevamento del giornalista in via delle Magnolie. Si incaricò della operazione il suo vice, Girolamo Teresi. Mi pare che nella vicenda De Mauro si intraveda chiaramente l’intervento dei servizi deviati che avrebbero punito Mattei per la sua politica tendente a scavalcare gli interessi petroliferi americani. Tali interessi trovarono nei boss mafiosi e in alcuni personaggi siciliani gli anelli intermedi attraverso cui si realizzò l’uccisione del Presidente dell’Eni e del giornalista de L’Ora”.