Per amore o per forza, qualunque sia la ragione, una cosa è sicura, che la scelta di non ripresentare la propria candidatura alla leadership del paese, è stata presa alla vigilia del voto in Sicilia. E siccome aveva sempre detto e ripetuto che avrebbe deciso il da farsi solo dopo le urne siciliane, è lecito chiedersi il perché abbia cambiato opinione ed a quattro giorni delle consultazioni elettorali nell’Isola abbia comunicato lo “storico” passo indietro.

Per quanto ne sappiamo, il candidato della coalizione di centrodestra alla guida della Regione siciliana, Nello Musumeci, è in partita, può battere i contendenti e quindi, nel caso di successo, avrebbe potuto regalargli una beneaugurale inversione di tendenza e, di conseguenza, un commiato meno triste e sconsolato o, addirittura, un buon motivo per tornare in sella.

Invece ha lasciato ad Angelino Alfano il partito e il premio, eventuale, del voto siciliano. Dicono che l’abbia fatto per togliere ogni alibi a Pierferdinando Casini ed ai big che recalcitrano al pensiero di dovere vedersela con lui nel partito dei moderati che vorrebbe mettere in piedi per ricacciare indietro “i comunisti”. Dicono anche che abbia voluto, come sottolinea la figlia barbara, passare “la panella” ai soloni che da qualche tempo questa parte lo bacchettano, rimproverandogli la colpa del crollo politico. Dicono, come fa Dell’Utri, che si tratta di un’abdicazione necessitata, o, secondo Micaela Biancofiore, che con la siciliana Giammanco, gestisce il movimento delle amazzoni berlusconiane, che si tratta di un passo indietro dal Pdl e non dal partito nuovo che loro hanno in testa. Dicono, infine, quelli che la sanno lunga, che si tratta dell’ennesima furbata e che, come dice un vecchio detto siciliano, la fuga non è vergogna se è salvamento di vita.

 La verità è che, quando la febbre è arrivata al 14 per cento – stando agli ultimi sondaggi, ben 26 punti in meno rispetto ai bei tempi, lo spread rispetto alle intenzioni di voto favorevoli al Pd, il presidente di Mediaset spa, consigliere di amministrazione della Arnoldo Mondadori spa, Fedele Confalonieri, è intervenuto, giusto come aveva fatto Ennio Doris, amministratore delegato di Mediolanum, in novembre dello scorso anno, per metterlo davanti alle sue responsabilità – Se indugi ancora non crolla solo il partito, sarebbe stato il discorso, ma anche l’impero Fininvest.

Stava squagliando la candela, ogni giorno che passava la speranza di mettere in piedi una coalizione in grado di passare la mano al Monti bis nella prossima legislatura, con il Cav fra i sostenitori, si affievoliva sempre più. Il testimone sarebbe passato ad uno dei nemici, Pierluigi Bersani o chi per lui, ed allora buona notte suonatori, sarebbe scomparsa ogni possibilità di esercitare una qualunque influenza su Palazzo Chigi. Niente a che vedere con il  passato. Anche nei tempi bui, Romano Prodi o Massimo D’Alema al vertice, il Cav è stato il capo di un’opposizione forte, solida,  in grado di mettersi di traverso su tutto.

Resta, tuttavia, un dubbio. Perché a quattro giorni dal voto siciliano, che decide la geografia politica del futuro? L’unica risposta possibile è che, sulla base di suggerimenti e sondaggi riservatissimi, è apparso chiaro che andare al voto senza di lui domenica prossima, sarebbe stato un vantaggio per il Pdl, la coalizione di centrodestra, Nello Musumeci e, di conseguenza Fininvest.

 Angelino Alfano è apparso visibilmente sollevato, la sua cordata – Maurizio Lupi, Franco Frattini, Roberto Formigoni per fare qualche nome – ha manifestato un plateale giubilo, mentre le amazzoni, Daniela Santanchè in testa, si sono sentiti mancare il terreno sotto i piedi. “Saremo noi a regalargli il migliore partito che possa esistere”, cinguetta Micaela Biancofiore in una intervista a Repubblica. “Lui ci guarda da lontano e ci benedirà, ha continuato imperterrita, per spiegare che quello del Cav “non è affatto un passo indietro, solo da quello schifo che è diventato il Pdl”.

 Micaela dimentica che in Sicilia  c’è chi chiede voti per “quello schifo”.