Maurizio Lupi, contento come una pasqua per la notizia arrivata nel pomeriggio dell’uscita di scena di Silvio Berlusconi dalla corsa per la leadership, a Porta a porta ha sfidato gli ospiti di parte avversa sulle urne siciliane. “Vedrete quel che succede nell’Isola”, ha detto. Poi ha annunciato che alle primarie del suo partito, altro motivo di giubilo, starà dalla parte di Angelino, che così può contare su Roberto Formigoni e la meglio gioventù ciellina il 16 dicembre, data suggerita dal Cavaliere per la prima prova di democrazia interna del Pdl.

Lupi faceva sfoggio di ottimismo. E’ un vezzo, legittimo, della politica: guai a mostrarsi sconfitti e perdenti alla vigilia di una prova elettorale. Ma qualche ragione, probabilmente ce l’ha per sperare che  la soluzione del “problema Berlusconi” da una parte e le elezioni siciliane dall’altro permettano al Pdl in caduta libera, di cambiare il corso delle cose.

Sin dal primo giorno, Nello Musumeci, l’uomo prestato da Storace al Pdl per la battaglia di Sicilia, è apparso uno sfidante in grado di battersi ad armi pari con gli altri candidati alla presidenza della Regione, un candidato che non avrebbe risentito del gap politico del maggior partito della coalizione. Il Pdl al minimo storico sarebbe stato compensato dalla buona immagine che nella sua Catania, e non solo, si eta conquistato, e dalle sue performance elettorali, che gli hanno permesso di battere perfino Gianfranco Fini nella conta delle preferenze, provocandone – secondo la vulgata popolare – la sua ira.

E’ un fascista bene educato, secondo i suoi “nemici”; una persona perbene e competente, secondo i suoi estimatori.

Ha ragione, dunque, Maurizio Lupi a fare affidamento sul suo successo elettorale e sugli effetti a cascata che questo successo può provocare, fermando l’emorragia del Pdl?

Nelle intenzioni di voto, sin dal primo giorno, stando a sondaggi, sulla cui attendibilità nessuno scommetterebbe un euro, Nello Musumeci avrebbe superato Rosario Crocetta, candidato della coalizione di Pd, Udc e socialisti, di due o tre punti percentuali, una forbice molto stretta che gli istituti demoscopici non considerano sufficiente per fare previsioni corrette a causa del margine di errore che porta con sé.

Me c’è di più: le due coalizioni – centrodestra e centrosinistra – otterrebbero insieme più del 60 per cento dei suffragi. E’ una percentuale che tiene conto di quelli che non votano, che sono il 20 o 30 per cento? Se è così  lascerebbero le briciole agli altri, compresi i grillini e gli “astenuti”. Impossibile.

Sondaggi “insicuri”, forbice inaffidabile, dunque: dovrebbe bastare per  non fare troppo conto sul risultato finale. Ma è indubbio che Nello Musumeci è in partita e che il Pdl, soprattutto il segretario Angelino Alfano, possono aspirare alla conquista della Presidenza della Regione in Sicilia.

Se le cose stanno così è anche demerito dei partiti del centrosinistra che si sono divisi ed disperso i loro voti. Claudio Fava e Leoluca Orlando hanno messo in croce il Pd, colpevole di avere sostenuto Lombardo nel corso della legislatura (“Abbiamo messo fuori Berlusconi dalla Sicilia”, protesta il Presidente del gruppo parlamentare Pd all’Assemblea, Antonello Cracolici).

Comunque sia, alla vigilia delle urne, i giochi non sono per nulla fatti. Non solo perché sono sani e pieni di vita Gianfranco Miccichè, Giovanna Marano e Gaspare Sturzo, tanto per fare alcuni nomi, quanto per la presenza del Movimento 5 Stelle, che debutta in una consultazione politica. Pur non potendo competere per Palazzo d’Orleans, infatti – e poi, chi lo sa, le urne stavolta potrebbero riservare sorprese – candidati e partiti possono determinare il successo del centrodestra o del centrosinistra a seconda della risposta del “loro” elettorato.

Ci spieghiamo meglio: una buona risposta elettorale a favore di Giovanna Marano, candidata della sinistra e Idv, avverrebbe a scapito di Rosario Crocetta; una buona risposta elettorale a favore di Gianfranco Miccichè, avverrebbe a scapito di Nello Musumeci. Un successo, seppure contenuto, di Gaspare Sturzo verrebbe pagato dall’area di centro, cattolica e moderata.

Maurizio Lupi, e soprattutto Angelino Alfano,  hanno ragione a considerare una opportunità di rilancio il voto siciliano, ma Musumeci non ha la vittoria in tasca, al pari di Crocetta o Miccichè o Beppe Grillo, che assegna al suo partito il maggior numero di consensi nell’Isola.