Le dimissioni di Raffaele Lombardo, richieste a viva voce dall’assemblea regionale quasi all’unanimità, e passate alla storia come una drittata, l’ennesima, del governatore, hanno impedito che il Parlamento regionale fosse ridimensionato con il taglio di venti deputati e che la Sicilia partecipasse alla ghigliottina delle province italiane a pieno diritto.

Si stanno consumando, infatti, gli ultimi giorni delle province italiane: entro la fine del mese le regioni inadempienti, incaricate di ridisegnare i nuovi assetti territoriali, con gli accorpamenti delle province (i parametri individuati dal governo nazionale prevedono il tetto minimo di 350 mila abitanti e 2500 kmq), potrebbero essere sostituite con commissari di governo. Entro il mese di giugno del prossimo anno, inoltre, dovrebbero essere sciolte tutte le amministrazioni provinciali. Se ne salveranno 5. Un brutto rospo da ingoiare. Dovranno essere smantellati apparati di partito dall’oggi al domani, razionalizzate le strutture amministrative, ridisegnate questure, prefetture, organizzazioni territoriali di enti pubblici e privati, associazioni, sindacati.

“Siamo contrari allo scioglimento anticipato delle amministrazioni provinciali”, ha dichiarato Giuseppe Castiglione, presidente della provincia di Catania e presidente dell’Unione Province italiane. “Il processo di accorpamento è troppo delicato perché sia gestito solo da un commissario”.  E’ l’estremo tentativo di resistere alle decisioni del governo.

 La Sicilia resta fuori dalla mischia per è una Regione a statuto speciale e perché l’Assemblea a causa delle dimissioni del Presidente  è stata sciolta anticipatamente.  Ma questa circostanza rinvia la questione, non la risolve. In Sicilia, stando ai parametri,  dovrebbero sopravvivere le province di Palermo, Messina, Catania ed Agrigento. Dovrebbero essere accorpate, quindi, Siracusa, Ragusa, Caltanissetta, Trapani ed Enna.

 Ma quelle siciliane, non va dimenticato, sono province regionali. Hanno cambiato nome venti anni fa. L’Assemblea avrebbe dovuto fare nascere invero i consorzi di comuni, come previsto dallo Statuto, ma preferì lasciare le cose come stavano, mantenendo le province così come erano state disegnate dal fascismo. Anche allora, come oggi, prevalse la necessità di salvaguardare gli apparati dei partiti.

Se fossero nati i consorzi la Sicilia  avrebbe oggi le carte a posto. Nel corso della legislatura regionale appena chiusa, inoltre, ci fu un nuovo tentativo di ritornare ai consorzi, tentativo che abortì per volontà della stessa maggioranza di governo oltre che per il dissenso delle opposizioni.

 Fra i primi adempimenti dell’Assemblea appena insediata, ci sarà, dunque, il taglio delle province e lo scioglimento delle amministrazioni provinciali in carica. La nascita dei consorzi stavolta può diventare una alternativa concreta all’abolizione delle province.