Il voto nell’Isola anticipa la nuova legge elettorale, le politiche nazionali e le elezioni regionali in Lazio e Lombardia. E c’è il rischio concreto che le scelte dei siciliani influenzino  pesantemente e a distanza ravvicinata i primi passi della terza repubblica, il cui avvento viene unanimemente annunciato ormai come imminente. Non bisogna aspettarsi spari di mortaretti né segni tangibili del passaggio, ma questo non significa che tutto avverrà come se niente fosse.

Tutto ciò che accadde diciotto anni or sono si sta ripetendo. E’ impressionante: gli scandali, il governo dei tecnici, il crollo dei partiti storici, la marginalità dei suoi leader, il ritorno alle aule dei tribunali.

L’unica diversità è proprio il ruolo stavolta assegnato, senza merito, alla Sicilia, il suo voto potrebbe costituire, a seconda della maniera con cui lo si guardi, l’ultimo fioco alito di vita dell’agonizzante seconda repubblica o il primo, lieve passo della terza.

Perfino la data delle politiche nazionali potrebbe essere condizionata dall’esito del voto siciliano. Renata Polverini nel Lazio sta resistendo alle pressioni del Ministro degli Interni, Anna Maria Cancellieri, che la invita al rispetto delle norme. Roberto Maroni, con l’aiuto di Silvio Berlusconi, cerca di rinviare il rinnovo del consiglio lombardo e l’elezione del nuovo presidente, contro il Presidente della regione dimissionario, Roberto Formigoni. .

Berlusconi lotta per la sopravvivenza e vede nella Lega Nord lo scoglio cui aggrapparsi, mentre Roberto Formigoni rema in senso contrario nel tentativo di trasmettere l’eredità  politica (e non solo) a persona di sua fiducia, come Gabriele Albertini, ex sindaco di Milano, mai al servizio del Cavaliere. Si consumano gli ultimi soffi di vita del vecchio partenariato di Arcore fra Silvio Berlusconi e Umberto Bossi nella disperata ricerca di una impossibile continuità. L’election day, politiche e regionali di Lazio e Lombardia lo stesso giorno, è l’ultima spiaggia della seconda repubblica, affinché non siano Renata Polverini e Roberto Formigoni a suonare gli ultimi rintocchi della repubblica berlusconiana.

La rottamazione, la si voglia o no, è nei fatti. Uomini di grande peso come Walter Veltroni e Massimo D’Alema, si sono rassegnati, volenti o nolenti, per calcolo o meno, al passo indietro, e sul futuro si staglia l’incognita di Matteo Renzi, la cuoi sorte non si decide, come molti suppongono nella contesa delle primarie, perché l’altro Pd, rappresentato dal sindaco di Firenze, non sarà cancellato dal successo di Pierluigi Bersani.

 C’è infine il Movimento 5 Stelle all’orizzonte con i suoi sberleffi, le sue smargiassate, il suo teatro di piazza, che sembra ripercorrere, con ben altri strumenti, slogan e volontà, il cammino dei leghisti, antesignani della seconda repubblica, la nuova destra. Quel cappio sventolato nelle aule del Parlamento dalla Lega e dalla destra e quel lancio delle monetine a Bettino Craxi che segnarono la fine dei potenti della prima repubblica, subiscono la nemesi con la cacciata di Umberto Bossi dal vertice leghista e il carcere per il lanciatore (di monetine) Fiorito, la causa dello scandalo laziale e la scintilla dell’incendio.

Beppe Grillo giura che ai siciliani è affidato l’immane responsabilità di regalare l’imprinting al nuovo tempo politico, ma non è del tutto vero. C’è anche lui fra i siciliani in questo strano autunno infuocato, ed è al suo movimento, alla sua guerra della fine del mondo, che la sorte chiede la spallata. Grillo non è il santo e profeta di Vargas Llosa («le ossa sporgenti e gli occhi ardenti di un fuoco perpetuo») che guida con successo per un lungo tratto l’esercito di “straccioni” all’impossibile vittoria, ma è sicuramente protagonista e comprimario, insieme agli isolani, di un futuro dai contorni ancora molto incerti. Niente di più lontano e di più vicino di un ligure beffardo e ribelle dagli isolani. Il destino ne sa una più del diavolo.

Che Dio ce la mandi buona.