di Antonino Cangemi -

E’ un luogo comune: i calabresi sono tenaci, cocciuti, caparbi. Ma nei luoghi comuni si annida sempre qualcosa di vero. E a storie vere si ispira ‹‹ La collina del vento ››, un romanzo che il calabrese trapiantato in Trentino Carmine Abate ha scritto per mantenere fede a una promessa fatta al padre: raccontare vicende del passato, narrategli dal genitore poco prima di morire, perché i posteri ne potessero conservare memoria. Una promessa che gli è valso il premio Campiello, giunto alla sua cinquantesima edizione.

La famiglia calabrese Arcuri – tenace, cocciuta, caparbia per non smentire i luoghi comuni – è al centro de ‹‹ La collina del vento ›› di Carmine Abate, Mondadori, 250 pagine. Gli Arcuri sono raccontati nelle tre generazioni che attraversano il secolo scorso nei suoi momenti cruciali: la Grande Guerra, il fascismo e le rivolte contadine, il secondo conflitto bellico, la ripresa economica che ha pure i suoi risvolti patologici, quali tra tutti gli scempi edilizi.

Le sagre familiari, specie quelle incentrate in un secolo così denso come il Novecento, sono diffuse nella letteratura. E non sempre l’esito narrativo risulta convincente. Quando si vuole raccontare il Novecento, o comunque un secolo, attraverso le storie di una famiglia i rischi sono tanti: la prolissità, l’enfasi, la retorica, il prevalere degli aspetti sociologici su quelli narrativi. Arcuri riesce a cimentarsi nell’impresa cedendo solo poche volte alle tentazioni di un’affabulazione facile e ripetitiva. Il segreto che gli ha consentito di superare la difficile prova, malgrado l’eccesso di buonismo e la scarsa caratterizzazione di alcuni personaggi (troppo netto è il divario tra il bene e il male: i buoni tutti da una parte, i cattivi dall’altra), è l’avere eletto quale perno della narrazione un luogo, la collina del Rossarco, ricco di fascino, mistero, storia.

Gli Arcuri vivono in questa collina a due passi dal mare, in cui soffia un vento a volte impetuoso, che evoca leggende e segreti, che nasconde tesori di antiche civiltà. Alle terre di questa collina, che coltivano con fatica e passione, sono fedeli resistendo nel tempo, con la stessa ostinazione, alle brame del latifondo prima, alle sperimentazioni delle pale eoliche dopo, ai miraggi delle speculazioni edilizie infine: ‹‹ La verità è che i luoghi esigono fedeltà assoluta come degli amanti gelosi: se li abbandoni, prima o poi si fanno vivi per ricattarti con la storia segreta che li lega a loro; se li tradisci, la liberano nel vento, sicuri che ti raggiungerà ovunque, anche in capo al mondo ››.

La collina del Rossarco conquista anche due grandi personalità del Novecento le cui esistenze, grazie a questa terra, si intrecciano con quelle degli Arcuri animando col loro spessore e nitore la trama degli eventi della famiglia calabrese: l’archeologo Paolo Orsi e il filantropo Umberto Zanotti-Bianco. Il primo cerca in quella collina i resti della città di Krimisa (‹‹ Non sappiamo di preciso dove si trova Krimisa, ma la sua anima aleggia in questa collina. Paolo Orsi lo aveva intuito per primo. ››), rivelando agli Arcuri assieme all’amore per gli scavi un’umanità non comune, il secondo si fa promotore, in quel luogo di miseria e di scarsa alfabetizzazione, di una coinvolgente iniziativa di istruzione elementare.

Con ‹‹ La collina del vento ›› Abate non solo salda il debito contratto col padre, ma rende omaggio alla sua terra, alla sua gente, alla sua lingua (che si intreccia in un calibrato pastiche con l’italiano) e a quella civiltà contadina di cui gli Arcuri sono genuina espressione e a cui l’autore si sente intimamente legato. In modo caparbio.