Che in questa tornata elettorale non cambiasse nulla lo sapevamo dal primo giorno e non certo perchè siamo profeti ma per una banale osservazione: non c’è vino nuovo e le botti sono terribilmente maleodoranti di vino divenuto aceto.
L’errore di fondo risiede nella motivazione che le giustifica: la necessità di punire Raffaele Lombardo l’appestato di mafia, lo schizofrenico, il clientalare per antonomasia, il nepotista e chi ne ha, più ne metta. Il tutto in una cornice nazionale che ci restituisce una Italia affetta da tutti i mali, in cui i corrotti siedono tranquillamente in Parlamento, si fanno beffa delle leggi e continuano a fare i loro affari. Una punizione che sa di linciaggio: dagli all’untore di manzoniana memoria.
Un errore politico chiedere le dimissioni a meno che non si possa contare su strumenti alternativi certi, efficaci e adeguati che si fa fatica a cogliere nel tessuto pre elettorale attuale. Si è preteso di proporre volti nuovi e ci siamo ritrovati quelli di sempre che, statene certi, saranno regolarmente votati.
Si è detto con forza che bisogna scegliere in funzione dei programmi e non delle belle facce. Niente da fare. Tutta la campagna si è caratterizzata per un giro di valzer di poltrone e di alleanze, mentre le condizioni finanziarie ed economiche dei corregionali sono peggiorate sensibilmente e continuano a peggiorare con o senza Lombardo che non è un dio e neppure il diavolo.
Ma ci vuole così tanto per capire che la crisi che stiamo attraversando è così acuta e complessa che richiede l’intervento sinergico di tutte le forze attive e altamente professionali, operanti a livello regionale, nazionale, europee ed internazionali. Crocetta, Miccichè, Musumeci saranno delle ottime persone, non c’è alcun dubbio ma oggi non basta più. Lo sanno benissimo i nostri corregionali che si preparano numerosi ad esprimere platealmente il loro “senso della politica” rifiutando di votare o esprimendo un voto di protesta in questo diffuso senso di degrado reale.
Il loro senso della politica? Si proprio così, perchè loro sanno bene, anche se talvolta in forma inespressa, che la vera politica consiste nella gestione seria, responsabile, efficace ed efficiente delle comunità presenti in un ambito territoriale ben definito. Sanno che hanno il diritto di pretendere che i loro rappresentanti operino lealmente, legalmente e con assoluta trasparenza.
Tra le più alte espressioni dell’antipolitica, annoveriamo il “ghe pensi mi” di berlusconiana memoria, l’approvazione del porcellum elettorale, la mancata approvazione della legge anti corruzione, l’abolizione del reato del falso in bilancio e di ogni rigoroso controllo sull’operato pubblico… Ma il vero cancro risiede nella assenza dei valori etici e del senso dello Stato espresso nel classico atteggiamento di chi crede che “fregare lo Stato” è da furbi, non da delinquenti.
In una parola,nei decenni scorsi si è operato un divario sempre maggiore tra Paese reale e rappresentanti politici; tra politica intesa come servizio e politica intesa come opportunità personale altamente retribuita per un piccolo gruppo divenuto una casta.
E’ questa l’essenza dell’antipolitica da sconfiggere adottanto soluzioni radicali a medio termine (tre anni). Ma è possibile e soprattutto ne vale la pena? Non solo è possibile ma assolutamente necessario, indispensabile soprattutto per i giovani condannati ad un presente gramo e ad un futuro da poveri.
Cosa fare in concreto? Innanzitutto capire una volta per tutte che il cambiamento deve avvenire coinvolgendo tutti i membri e tutte le istituzioni delle comunità. Le scuole innazitutto. Questo è la vera rivoluzione da realizzare nel tessuto scolastico. Se la scuola non offre gli strumenti ai singoli cittadini di capire il mondo e di gestire in maniera efficace ed efficiente le risorse disponibili, serve a ben poco. Ma allora la scuola deve far politica? Assolutamente si nel senso precisato.
Così come deve fare politica la Chiesa cattolica e tutte le altre Chiese presenti in Italia. Un fare politica che si traduce nel rafforzare il senso etico e quello morale senza il quale non è possibile assicurare una comunità ordinata, giusta e solidale. Certamente non chiediamo alla Chiese di creare un loro proprio partito anche perchè tale soluzione sarebbe in contraddizione con la loro stessa natura.
Ed è qui il vero tallone di Achile, nel credere che politica si identifica con partito. Niente affatto. Politica si identifica con gestione delle risorse pubbliche a vantaggio dei singoli membri della comunità locale, nazionale e in stretta collaborazione con quella internazionale espressa in termini geopolitici, geoeconomici e geoculturali. In una parola, se le Istituzioni numerosissime presenti nel territorio assumessero un interesse attivo e diretto nel settore specifico di loro competenza e con orgoglio e fermezza intraprendessero un’azione nella società, la società cambierà radicalmente. Si pretende allora che ogni Istituzione assuma un comportamento politico nel senso sopra precisato?
Assolutamente sì perchè non potrebbe e non dovrebbe essere diverso. L’antipolitica, per quanto paradossale possa sembrare, è quella che fino ad oggi abbiamo chiamato politica: quella dei partiti che tutto fanno tranne che rappresentare i loro azionisti: i cittadini i quali, resisi conto dell’inganno, li stanno abbandonando.
Questo è particolarmente vero in Sicilia dove il focus non è stato mai sulla necessità di creare e rafforzare un “Sistema Regione” forte e solidale e capace di generare lo sviluppo al proprio interno. Se ne era capita la necessità quando è stata fatta la scelta autonomista del dopoguerra per dimenticarsene subito dopo e abbracciare i grandi interessi del Nord, della nuova europa e delle multinazionali.
La vita come impegno politico: questo in fondo dovrebbe essere l’impegno primario dei vari partiti che partecipano alle elezioni regionali e i Siciliani farebbero bene a votare soltanto quelli che possono potenzialmente assicurare tale impegno anche se in questa tornata è troppo tardi per approfondire tale tema. Intanto si può accelerare in questa direzione e, ad onor del vero, ci sono segni di novità: dal Manifesto della Conferenza Episcopale Siciliana del 9 ottobre 2012, ai programmi di Italia Futura, di Prima Persona e di Primavera Italiana che, attraverso la creazione di circoli locali, pretendono di creare sensibilità su questi temi e di avviare soprattutto i giovani e i professionisti verso questa direzione.
Il successo del Movimento 5 stelle lo si deve alla mancanza di movimenti organizzati, alternativi ai partiti. E’ comunque da notare che anche tale movimento si muove all’interno del concetto di protesta del cittadino, una sorta di delega in bianco al Movimento che sostituisce il partito con la conseguenza che se dovesse vincere le elezioni, non potrebbe assicurare le condizioni per una adeguata gestione.
La protesta è assolutamente comprensiva ma del tutto insufficiente; così come lo è il concetto di delega in bianco adottata soprattutto negli ultimi anni. Occorre un impegno pieno a scendere in campo e far politica attiva con l’orgoglio,la creatività e la volontà intelligente e costruttiva dei migliori siciliani.












3 commenti a "Arrivano i nostri o tutto come prima? Il senso dei siciliani per la politica"
Caro Enzo,
hai ragione quando dici che queste elezioni sono il frutto dell’ennesimo fallimento della progettualità anche politica, si fa cadere un governo per rimpiazzarlo immediatamente con un progetto propositivo, politico ed evolutivo. Siamo ricaduti invece nei soliti inciuci di una pseudo-politica che non rappresenta un bel niente e quindi sottolinea l’estrema incapacità a farci rappresentare degnamente da chi dovrebbe usare la politica per una crescita sociale, culturale ed economica di un paese troppo, troppo arretrato su tutti i campi.
E allora? Comunque siamo chiamati a dare un segnale, a reagire, ad uscire dal guscio perenne da quella posizione della nonnina che guarda attraverso la persiana semichiusa e commentare magari in maniera sterile o non costruttiva.
Il sistema elettorale siciliano, non prevedendo il doppio turno, dà purtroppo al più votato candidato presidente, di segnare il solco, di determinare il futuro di noi siciliani per cui poco spazio agli emergenti, al nuovo , qualunque esso sia, al rintracciare quei movimenti a cui alludevi tu che prima di lasciare il segno, devono necessariamente ottenere una prima “presentazione” nel parlamento siciliano. Il M5S è una forza prorompente e potrebbe creare nuovi equilibri o squilibri, ho detto in un altro commento, meglio nuovi rompiballe in un parlamento ingessato che tanti ceffi già visti e rivisti ma qualcuno dovrà pur governare e teoricamente se non si vota uno dei due candidati più quotati dalle indicazioni di voto, si rischia di lasciare il passo a quello meno desiderato. Si, purtroppo è così o destra o sinistra come avviene in ogni parte del mondo ma mentre negli Stati Uniti, tanto per compararci a lidi più attendibili, la destra conservatrice spinge per quella parte di popolazione più ricca e meno incline ad occuparsi dei problemi delle classi sociali più penalizzate, qui da noi con una realtà socio-economica ben evidente, ci si avvita su meditazioni concettuali da sfidare politologi d’alto intelletto.
Alla fine, credo e l’ho ribadito in altri commenti che la novità di fondo in queste elezioni sta nel cambiamento dell’offerta “politica” degli sfidanti, meno posti di lavoro da proporre e meno consensi, meno sicurezza anche di un sussidio mimetizzato da lavoro precario e meno credibilità tra i candidati. Traduzione, meno partecipazione al voto, una prima scrematura che consentirà di ridurre quel gap composto da influenza mafiosa-clientelare che in passato ha annoverato percentuali a due cifre determinanti per decidere chi debba governarci.
Questo, credo sia un punto cruciale da studiare e su cui riflettere ed è per questo motivo che i siciliani oggi dovrebbero decidere un primo “step” verso il cambiamento, qualcosa che cominci a emarginare ciò che ha palesemente compromesso lo sviluppo della nostra terra, un pò come aveva cominciato a fare timidamente Lombardo che alla fine ha però miseramente chiuso non certo in bellezza..
Un caro saluto
Massimo
Noi possiamo votare nel miglior modo possibile,ma se i vari leaders dei partiti,che da decenni e decenni sono padri e padroni, non si mettono da parte,non si potrà mai avere un vero cambiamento. Quando un’orchestra non funziona,bisogna cambiare musicisti e direttore d’orchestra. Invece,nel caso in specie,i direttori d’orchestra sono sempre gli stessi e con i piedi ben piantati per terra.
Caro Coniglio….lei ha ragione…ma io penso che occorra ripartire dalla base, provvedendo a studiare e modulare un sistema politico più innovativo ed utile al funzionamento, dividendo meglio il lavoro dei poteri: Uno studio mirato ad una crescita anche qualitativa della struttura del sistema sociale, partendo dal ruolo fondamentale del cittadino che non potrebbe che essere il primo elemento dell’ingranaggio “meccanico” di uno Stato che si vorrebbe coerentemente democratico.
La nostra società continuerà a condannare ogni figura politica relegandola in un ruolo di usurpatore di un sistema ormai inefficiente e non al servizio del popolo. Se può essere vero che molti di essi hanno approfittato del loro compito preoccupandosi di più del proprio stato economico o dell’ immagine (che ormai non li raffigura di certo in senso positivo) è anche vero che la loro non può che essere una colpa indiretta in quanto, le principali colpe, sembrano ricadere sull’intero sistema di una Repubblica andata congegnandosi su principi vecchi non più in linea, nè utili ad un processo evolutivo che in questi anni ha visto crescere la società, succube di modelli esterofili non adeguati al percorso di sviluppo economico, territoriale e culturale del nostro particolare Paese.
Dovremmo, forse, immedesimarci nel concepire una nuova forma di funzionamento del sistema, un nuovo percorso che veda, nell’innovazione e nel distacco dai vecchi canoni, il futuro di una nuova società.
Non è soltanto un problema del “politico” ma, di una “politica” che si muove ormai imprigionata in un sistema da dover riformare facendo sì che in tal modo, non possano emergere figure politiche migliori. …In un simile quadro, ci si muove con ostinazione alla ricerca, di una governabilità, non tenendo in considerazione che lo stesso sistema non potrà mai indurre ad una fattiva costruzione di essa. In quest’ottica non si potrà mai costruire un governo valido ed in linea con il principio di una compiuta democrazia.
Forse, il “movimento cinque stelle” rappresenta l’inizio di questo cambiamento e comunque una vera rottura di un sistema politico ormai vecchio sul quale non si può edificare più nulla di buono..
vincenzocacopardo.blogspot.com