Avete presente le compagnie aeree “low cost”? Metti un grammo di effetti personali in più nel trolley e paghi una fortuna. Bevi un bicchiere d’acqua a bordo e i costi sono da champagne d’annata. Tra non molto vai in bagno nell’aereo e paghi con una tariffa direttamente proporzionale alla quantità di pipì che fai. Ebbene, come le compagnie aeree anche lo Stato diventa ogni giorno di più “low cost”.
A causa della “spending review”, delle “casse vuote” (chi le ha svuotate?), dei “conti da rimettere in ordine”, dei “compiti da fare a casa” lo “Stato low cost” ti fa pagare ormai tutto. Devi compartecipare. Il servizio che ricevi in cambio non è dei più eccellenti ma intanto tu paghi. Analisi cliniche, ricoveri, medicine, servizi sociali, scuola, università, pedaggi, tariffe: se questi servizi pubblici non sono già stati aboliti del tutto e per caso ne usufruisci paghi. E salato. Ormai non ti rendi neppure conto di cosa e quanto paghi, tanto è tutto diventato un totalizzatore che corre a velocità esponenziale ogni giorno che passa. Si dirà: oh bella, ma non abbiamo sempre pagato queste cose?
Certamente, solo che prima i servizi ricevuti erano più decenti qualitativamente, non prosciugavano tutte le tue entrate già la prima settimana del mese e lo Stato aveva un approccio più da Stato e meno da ufficio del dazio, meno votato a chiedere a te di pagarti tutto. Specie se eri un morto di fame. Oggi, smantellato il welfare, la logica che si applica è tale e quale quella delle compagnie “low cost”. Per lo “Stato low cost”, a parte il diritto di esistere (in pratica potremmo equipararlo al costo base del biglietto aereo) tutto il resto lo paghi a parte. Non compartecipi ai costi. Te li paghi di sana pianta o comunque in proporzioni più che abbondanti. E se i soldi non ce li hai? Non viaggi. Semplice.












