La politica non adotta regole decubertiniane: le partite vengono giocate solo per vincerle, alle gare si partecipa per arrivare primi. Lo sano bene in tanti che le realtà è un’altra, il novero dei favoriti è ristretto, ma non si riesce a strappare nemmeno sotto tortura ad alcuno di non aspirare alla vittoria finale. È così anche alle regionali siciliane del 28 ottobre. Il successo se lo contendono in quattro ad essere generosi, ma la partita vera è un’altra: il piano B, la subordinata di successo, è il vero irrinunciabile obiettivo.

Per la coalizione di sinistra, che candida Giovanna Marano, il piano B è mettere insieme quanto basta per entrare a Palazzo dei Normanni con una rappresentanza parlamentare di almeno cinque deputati, e togliere tanti voti quanti servono per impedire all’asse Pd-Udc di vincere in Sicilia. La coalizione di sinistra con l’Idv non mira a questo risultato per dispetto, impedire al centrosinistra di portare a Palazzo d’Orleans il suo candidato, Rosario Crocetta: magari qualcuno la vede in questo modo la partita, ma Sinistra ecologia e libertà no: se l’asse Pd-Udc stacca il biglietto in Sicilia, resta in piedi anche a Roma e Nichi Vendola deve contendere il ruolo di maggiore socio di minoranza con l’Unione di centro di Pieferdinando Casini. Impedire che ciò avvenga, dunque, è importante tanto quanto, e forse più, che il successo nell’Isola, peraltro estremamente improbabile.

Nella coalizione di centro-centrosinistra, che vede alleati i democratici, i centristi e i socialisti, ci sono anche coloro che, sotto traccia, si augurano che il patto siciliano vada a monte, persuasi che il successo della coalizione imporrebbe scelte coerenti anche a Roma. Nell’Udc, perciò, si manifestano tiepidezze se non addirittura prese di distanza, e nello steso Pd, specie nella carta stampata di area, il piano B, impedire alla coalizione di spuntarla, tenta un bel numero di personaggi-chiave, perché il timore che “dopo” si cerchi l’aiuto degli autonomisti (Grande Sud di Miccichè e Partito dei siciliani di Lombardo) non fa dormire sonni tranquilli. E non c’è niente da fare, impossibile cambiare le cose: ci sono in ballo oltre che legittime scelte politiche, colossali interessi, che hanno fatto capolino in modo peraltro scoperto in campagna elettorale (l’affare dei megaimpianti per quattro miliardi di euro e mezzo, tanto anzitutto; le risorse della sanità e il piano rifiuti, poi). Chi punta al piano B, gioca a perdere, come quei finanzieri che scommettono sul tracollo delle azioni di una società quotata in borsa.

La coalizione Grande Sud-Nuovo polo ha anch’essa il suo piano B, speculare a quello della coalizione di sinistra: impedire ai berlusconiani di varia estrazione, soprattutto ai big siciliani del Pdl, di insediarsi alla Presidenza della Regione. Gianfranco Miccichè l’ha detto chiaro e tondo che corre anche per prendersi lo sfizio di affondare la nave di Alfano, costi quel che costi. Ma non si tratta, come sembrerebbe, nemmeno in questo caso di umori prevalenti, vendette e code velenose di un’antica disputa fra i maggiorenti siciliani dell’ex partito di maggioranza, ma una questione di sopravvivenza. Se il Pdl vince in Sicilia, i margini di successo alle politiche si restringono pericolosamente, a meno che non si voglia trattare il ritorno a casa. L’obiettivo del piano B, dunque, è sbarrare la strada a Nello Musumeci e condizionare qualunque coalizione porti a Palazzo d’Orleans il suo candidato.

Nel Pdl, infine, il fuoco amico è insediato soprattutto al di là dello Stretto. Se Angelino Alfano cappotta nella sua terra, per lui i giorni sarebbero contati. Daniela Santanchè, e con lei anche i forzisti della prima ora – Galan, il siciliano Martino ed altri – vogliono rottamare il Pdl, e con esso tutto il gruppo dirigente arrivato da altre aree politiche, da Cicchitto a Gasparri, La Russa e tanti altri. Una strana alleanza, invero, fra la populista radicale Santanchè, e l’ala liberale e liberista, scesa in campo per impedire il disegno di Alfano, costruire l’area moderata insieme con l’Udc, i cattolici dissidenti del Pdl (Pisanu e i suoi amici), Frattini, Montezemolo, la Marcegaglia e gli altri.

È assai singolare, alla luce di ciò, che il segretario si trovi in Sicilia a battersi per il successo di un candidato de La Destra di Francesco Storace, fumo negli occhi per i futuri possibili “soci” dell’area moderata. Casini finora ha respinto le avance di Angelino, ma ha lasciato un varco piuttosto ampio a un cambiamento di rotta. “Io dialogo sempre con il Pdl”, ha detto di recente, “ma non si devono fare passi affrettati, si deve prima capire che cosa accade in Sicilia”.

Il voto siciliano, dunque, è una specie di collo di bottiglia, un imbuto dentro il quale devono infilarsi tutti, uscendone magari senza farsi troppo male. Chi ce la fa conserva intatte le chances alle politiche, altrimenti sono guai seri. Per questa ragione il piano B è diventato importante almeno quanto il successo pieno.

C’è però chi questo problema non se lo pone per niente, il Movimento di Beppe Grillo, che da qualche giorno dice di avere in tasca la vittoria, perché nelle intenzioni di voto sarebbe proprio il M5S in testa ai suffragi. Sia vera o meno la boutade di Beppe Grillo, di sicuro del piano B i grillini non sanno proprio che farsene.