”Nel 1987 Vito Ciancimino e Marcello Dell’Utri vennero a trovarmi nella sede della Banca Popolare di Palermo per chiedermi un finanziamento da venti miliardi di vecchie lire per la Fininvest“. Lo ha detto in aula, deponendo oggi a Palermo al processo d’appello a carico del senatore Marcello Dell’Utri (Pdl), accusato di concorso esterno in associazione mafiosa, il banchiere in pensione Giovanni Scilabra, 74 anni, confermando cosi’ quanto gia’ anticipato nell’ottobre del 2010 ai magistrati della Dda di Palermo Antonino Di Matteo, Lia Sava e Antonio Ingroia che lo avevano interrogato dopo un’intervista rilasciata al Fatto quotidiano.
Molto malato, appoggiandosi a un amico che lo ha accompagnato fino al banco dei testimoni, Scilabra, con voce flebile parla dell’incontro in banca, da sempre smentito da Marcello Dell’Utri, che sostiene di non avere mai incontrato Vito Ciancimino. Rispondendo alle domande del pg Luigi Patronaggio, Scilabra, ex direttore generale della Banca popolare di Palermo, ricorda che l’ex sindaco mafioso di Palermo, Vito Ciancimino si sarebbe recato con un giovane Marcello Dell’Utri nei suoi uffici per “chiedere un fido di 20 miliardi di lire da restituire in 36 mesi”. Ma il finanziamento non sarebbe stato concesso perche’, sempre secondo Scilabra, “dopo una richiesta alla Centrale rischi della Banca d’Italia era emerso che la Fininvest era un’azienda a rischio”.
Alla domanda su quale fosse il ruolo di Vito Ciancimino nella richiesta del prestito, Scilabra risponde al magistrato: “Signor Procuratore, a quell’epoca Ciancimino era il dominus di Palermo, ritengo che fosse intervenuto come mediatore. Ma stiamo parlando di 30 anni fa…”. Mentre Dell’Utri “svolgeva il ruolo di consulente della Fininvest”. In un primo momento Scilabra aveva sostenuto, nel 2010, che l’incontro fosse avvenuto nel 1986 ma oggi spiega: “mi sono ricordato che e’ stato nel 1987, sono passati trent’anni quasi e non ricordo bene…”. Quando il pg Patronaggio gli chiede perche’ abbia aspettato tutti questi anni per parlare di questo episodio, Scilabra allarga le braccia e alzando un po’ il tono di voce dice: “Perche’ avevo l’esigenza di dire la verita’. Finalmente. Ero mosso da una forte passione civica”. Nel corso del controesame, anche uno dei legali di Dell’Utri, l’avvocato Massimo Krogh, chiede al teste perche’ avesse atteso tanto tempo prima di raccontare del presunto incontro: “Nella vita a un certo momento arriva il coraggio – risponde – e io dopo 43 anni di lavoro l’ho trovato. Dopo tutti questi anni ancora parliamo del fatto se Dell’Utri e Vito Ciancimino si conoscevano…”.
Il teste Giovanni Scilabra non sa rispondere all’avvocato Massimo Krogh, quando quest’ultimo gli chiede se fosse a consocenza del fatto che in quel periodo Ciancimino avessere il divieto di dimora a Palermo. “Vito Ciancimino – spiega l’ex banchiere – era molto amico del conte Arturo Cassina ma non so se in quel periodo avesse il divieto di dimora in citta’. Nel bene o nel male era un uomo politico di quel periodo”. Poi spiega come nasce l’intervista con il fatto quotidiano: “In un primo momento parlai con il giornalista del Sole 24 ore, Giuseppe Oddo e gli dissi che volevo rilasciare un’intervista – dice – poi Oddo mi disse che il suo direttore, Gianni Riotta, non era interessato all’intervista”. Cosi’ Scilabra si rivolge al Fatto. Ma quando il legale gli chiede come e’ arrivato al quotidiano di Padellaro, risponde: “Capito’ che ne venisse a conoscenza il Fatto, conosco diversi giornalisti…”. Alla domanda se fosse stato “sollecitato” da qualcuno per rilasciare l’intervista, prima al Sole 24 ore e poi al fatto, Scilabra spiega: “e’ stato solo un impulso di passione civica, nessuna sollecitazione esterna”.
Durante la deposizione Scilabra parlando con i magistrati dice a un certo punto che avrebbe “ammazzato Silvio Berlusconi” con le sue mani, e quando i legali di Dell’Utrigli chiedono di confermarlo, l’ex banchiere conferma quanto detto ai pm Sava, Di Matteo e Ingroia. Alla fine dell’udienza l’avvocato Giuseppe Di Peri, che difende Dell’UItri con Massimo Krogh e Pietro Federico, annuncia il deposito di una nota da emergerebbe che nel 1987 la Fininvesta “non fosse affatto un’azienda a rischio”. Il processo e’ stato rinviato al prossimo 24 ottobre per confermare se ascoltare i pentiti Gaetano Grado e Bruno Rossi il 30 ottobre all’aula bunker di Rebibbia a Roma o in un’altra data.












