Ha suscitato viva riprovazione la trovata pubblicitaria che affidava ad un sedere, indubbiamente ben fatto, le sorti di un messaggio pubblicitario che con le fattezze femminili non aveva nulla da spartire. Non se ne può proprio più: il corpo femminile è usato scompostamente dai guru della comunicazione. I quali, però, non appartengono solo al genere maschile.

C’è del maschilismo becero e indigeribile anche nei copywriters di sesso femminile? Se c’è, non può essere un alibi, non cambia nulla. Nei manifesti c’è il culo di una donna, non di un uomo. Ed è alle donne, che brucia il culo, dal momento che sono i loro culi che vengono “venduti” a piene mani dagli esperti della comunicazione.

Sarebbe il caso di andare al di là della indignazione politicamente corretta, che finora ha prodotto ben poco o nulla, a causa della faccia di culo di coloro che possiedono saldamente il mercato e fanno le loro leggi, lasciando che prevalga il maschilismo becero, sia di genere maschile (soprattutto) che femminile. Si potrebbe per intanto tapezzare l’Italia di manifesti che mostrino culi maschili, etero o “omo”, in attesa di soluzioni durature.

La materia prima si trova facilmente, per quel che ne sappiamo.  Con quel che c’è in giro, si può proporre nei manifesti facce di culo legate alle istituzioni ed alla politica, ottenendo un doppio risultato: rispondere pane per focaccia ai sederi femminili generosamente mostrati senza alcuna attinenza con il “prodotto” da promuovere, e  acuire l’attenzione sul numero esorbitante di facce di culo tipicamente maschili che abitano la governance.

Essendo stato finora vano l’auspicio alla buona educazione al riguardo dei culi femminili –  il sorpasso di un culo maschile rispetto a quello femminile sul piano estetico appare davvero improbabile – bisogna pur mettere in campo una deterrenza nuova, puntando almeno sulla parità: se democraticamente eletti, tutti hanno il diritto di “sedere” nelle aule parlamentari (ed invece le donne trovano pochi posti per i loro sederi nelle istituzioni).

Affidarsi ad una botta di culo, cioè alla fortuna, o mandare a fare in.. culo con modalità aggressive le facce di culo che pullulano, tutte al maschile, nelle istituzioni?

I riformisti da una parte e l’area antagonista dall’altra, rimuginano da troppo tempo questo dilemma, che lascia fuori un dato di fatto inoppugnabile: “Anche sul trono più alto, ricorda Michel Eyquem de Montaigne, si sta seduti sul proprio culo”.  La qualcosa, è vero, non fa una grinza, ma consegna al “sedere” valori che generalmente vengono ignorati per becero egoismo, individuale e collettivo.

Ciò che importa, comunque, è di uscire dalla fase dell’indignazione paralizzante, il cul de sac insomma, che è la posizione peggiore in assoluto, visto che si è costretti a tenere quel che si ha alle spalle per un tempo piuttosto lungo.

La scelta di darsi una mossa, infatti, comprensibilmente istintiva, magari al fine di non fare il gioco del “nemico”, rischia di trasformarsi in una punizione dura da sopportare.

Per farla breve, allo stato, l’unica risposta possibile ai paraculi che imbrattano i muri con gioiose esposizioni di culi femminili, è la rappresaglia: dieci culi maschili in mostra per ogni culo femminile.

(in foto, l’opera “Faccia di culo”, di Carmen D’Auria)