Chi la sa lunga, presta attenzione a quella lista – partito, coalizione, leader – che “si curca do mezzu”: una espressione dialettale che descrive con una divertente metafora la condizione di chi utilizza la rendita di posizione. Il voto del 28 ottobre, infatti, sceglierà il nuovo presidente della Regione, e la nuova maggioranza parlamentare. E siccome è assai probabile che il presidente arrivi con difficoltà al 30 per cento dei suffragi, e nessuna lista supererà il 20 per cento, il vincitore dovrà rimediare i numeri per governare il Parlamento. Significa che dovrà cercare alleati. Chi perde le elezioni, dunque, non è affatto fuori dalla partita, ma può contare tanto quanto chi le ha vinte.

Coloro che aspirano al successo – Musumeci, Crocetta – hanno finora evitato di pronunciarsi sull’argomento per evitare speculazioni, ed hanno ipotizzato maggioranze a geometria variabile, caso per caso, ma sappiamo tutti che si tratta di piccole bugie, comprensibili in campagna elettorale.

La verità è che anche “cu si curca do mezzu” andrà a governare insieme a chi vince le elezioni. E questa circostanza, inespugnabile, manda in bestia un sacco di gente. Nelle prime battute della campagna elettorale, come ricorderete, l’inciucio fra Crocetta e Miccichè fu gettato in campo con grande soddisfazione di Claudio Fava che era ancora candidato. Era un espediente per fare della coalizione di sinisrra (più Idv) l’alternativa al “lombardismo”. Che possa esserci un canale di “dialogo”, sotto traccia, fra i giocatori della partita, è indubbio, ma si tratta di un inevitabile approdo in una legislatura prevedibilmente molto frammentata. Se l’inciucio è un sinonimo di alleanza, compromesso politico, ebbene la prossima sarà una legislatura di “inciuci”, senza i quali non può esserci maggioranza e, quindi, governo delle istituzioni.

Ora, è indubbio, che la terza forza – la coalizione autonomista sulla carta lo è – abbia le carte in regola per “inciuciare” con successo, ove il suo leader non ottenesse l’exploit alle urne. Da qui l’attenzione per “la terza forza” e le sue chance.

Le cose si sono messe in modo da assicurare ai perdenti l’opportunità di non uscire “dal giro”. Come sarà usata questa opportunità, non è possibile prevederlo. E’ auspicabile, naturalmente, che i bisogni “di bottega” non prevalgano. Più dell’auspicio non è il caso di andare.

L’autonomismo, non solo in Sicilia, attraversa le giornate più difficili nel Paese. La proposta di riforma del governo nazionale taglia con l’accetta prerogative e funzioni consolidate, senza che alcuno abbia alzato la voce. Le Regioni, a causa dello sperpero di denaro pubblico, sono indifendibili. Ed a pagare, dunque, sono conquiste di civiltà democratica.

La prossima legislatura è chiamata a un compito difficile, tenere in piedi ciò che resta della specialità siciliana, facendone un esempio di buon governo. Non c’è alternativa.