Si aspettano tutti il KO. Occhi puntati su Angelino Alfano che non vuole essere messo alla corda, ma è dura. Daniela Santanchè lo colpisce ai fianchi (“Non è il ventriloquo di Berlusconi. Avrebbe dovuto cambiare il partito…”), Bobo Maroni lo lascia in asso, Silvio Berlusconi si defila. Con il partito al 15,1 per cento, senza alleati, e con le forze centrifughe in azione, deve sudare sette camice per evitare il knock-out.
Angelino vorrebbe salvare il Pdl riunendolo con l’Udc (l’area moderata) e riceve pugni nello stomaco anche dal fedelissimo Saverio Romano (“l’area moderata è insulsa, non significa niente, inventata da chi non ha storia politica”). Il Ministro Passera pare che stia preparando una sua lista a fianco dell’Udc, mentre Luca Cordero di Montezemolo sta mettendo a punto la squadra alla vigilia della discesa in campo, confidando anche su alcuni big pdiellini. Perfino Giulio Tremonti rosicchia qualcosa al partito. Perfeziona il suo vecchio sogno di mettere in piedi una élite di giovani competenti, una specie di task force pronta a combattere la finanza onnivora. Anche lui, come Passera e Montezemolo girano attorno al Pdl, quasi che aspettassero di dividerne le spoglie.
Ma è dentro il partito che la partita si fa più dura, perché c’è l’ara ex AN inquieta, che ha anche messo a punto una exit strategy nel caso in cui Angelino Alfano, con il beneplacito di Berlusconi, faccia brutti scherzi sulla legge elettorale. Ignazio La Russa, non è un mistero, vuole le preferenze, perché non è più nelle condizioni di ritagliarsi candidature vincenti e confida nell’attivismo e nell’esperienza dei suoi alle politiche. Ben 40 parlamentari Pdl, ispirati da Berlusconi a quanto pare, hanno manifestato invece la loro contrarietà alle preferenze, uscite dal cilindro del “senato” nella prima stesura della nuova legge elettorale.
La Santanchè è aggrappata a Berlusconi. E’ l’unico ad avere i voti, ripete da tempo immemorabile. Fabrizio Cicchitto, stavolta, non incassa e la tratta a pesci in faccia accusandola di arroganza ed esasperato protagonismo (“Non è vero che ad avere i voti sia solo Berlusconi, sarebbe ora che la smettessero di sparare sul quartier generale”).
Varcato lo Stretto, però, tutto questo sparisce. Un braccio di mare, ma quanto basta per cambiare scenario. Il Pdl è impegnato allo stremo nella campagna elettorale per il rinnovo dell’Assemblea regionale e l’elezione del Presidente della Regione. La Sicilia è l’ultima spiaggia del Cavaliere. Sono tutti persuasi che scioglierà ogni riserva sul suo futuro prossimo dopo il 28 ottobre, quando saranno aperte le urne nell’Isola. Poi verranno le primarie del Pd e la sentenza su Ruby rubacuori, un trittico che non lo fa dormire la notte. Ma se dalla Sicilia venisse una buona notizia…













4 commenti a "La Sicilia è l’ultima spiaggia
del Pdl e del Cavaliere"
il pdl senza berlusconi non è nulla, lui l’ha creato a suo uso e consumo
In Sicilia, per questa tornata elettorale, abbiamo tutti un’occasione irripetibile, cioè quella di dare l’ultimo, definitivo, calcio nel culo al più cinico degli sciacalli che la nostra regione abbia mai conosciuto nella sua secolare storia.
Uno che non si è fatto alcuno scrupolo nel chiederci i voti, riempendo la testa della gente di vacue promesse, per poi affamare la nostra gente, togliendo alla Sicilia la gran parte delle sue già esigue risorse statali ed alleandosi, per di più, con la Lega, il cui più alto obiettivo è sempre stato quello di mandarci alla deriva, per salvare le chiappe degli sfruttatori del Nord.
Se fossimo un vero popolo, invece che una squallida accozzaglia di pecoroni, non ci lasceremmo certo sfuggire questa splendida opportunità, per mandare a quel paese, coloro che più ci hanno sfruttato, in questi ultimi 15 anni.
@Gaspare, inserisci un tema così importante a piè di un articolo che riguarda il pdl … o vuoi far riflettere quello che i siciliani sono maldestramente riusciti in questi anni a non fare o peggio a completare questo processo di involuzione con governi di destra nei grandi comuni siciliani, e nelle province e a livello regionale? Un tris di gestione strategica che ha creato anzi non ha creato proprio alcun presupposto alla così detta crescita?
Gli “strani motivi” che adduci possono essere maliziosi o culturali, intendendo per quest’ultimo punto, la non conoscenza delle cose che indirettamente produce la malizia…
Il problema è trovare un percorso politico alle riflessione da te sollevate, diversamente, purtroppo, resteranno una sterile constatazione.
Un caro saluto
Massimo
LA CRESCITA CHE NON C’E’ – Parola ambigua con significato oscuro per spingere una cosa verso due parti opposte.
La parola “crescita” utilizzata abilmente dal c.d. presidente del consiglio, non è stata scelta a caso. E’ utilizzata costantemente per confondere le idee a coloro che ascoltano o leggono le notizie del giorno, tra l’altro, in preda ad una crisi internazionale e a gravi problemi creati dal macrodebito di duemila miliardi di euro, fatto da governi dei vari livelli: nazionale, regionale e, comunale. La parola “crescita” rende elegante e nel contempo incomprensibile l’informazione sull’azione del governo nazionale dedito soltanto al recupero crediti con tasse e gabelle di ogni genere. Il termine “crescita” per ovvie ragioni, è ripetuto in modo asfissiante da ministri, politici di parte e per completare l’effetto magico, anche dai mass media.
La famigerata “crescita” ha assunto e continua ad assumere valori soltanto negativi non facilmente comprensibili dal popolo, grazie alla sua ambiguità arricchita da parole straniere, di cui nessuno dei responsabili ha mai spiegato il loro autentico significato.
Comunque, è sotto gli occhi di tutti la famosa “crescita” che non c’è. In quanto si riferisce all’aumento della disoccupazione, dei licenziamenti, delle tasse, dei suicidi, dei fallimenti delle imprese artigianali, industriali e delle attività commerciali, della fuga di capitali all’estero, della svalutazione dell’Euro con la riduzione del suo potere d’acquisto, ecc. ecc. Come si evince, trattasi sostanzialmente di una “crescita” negativa che investe l’intero sistema socio-economico del Paese, dove la Sicilia ( che pur disponendo di diverse materie prime offerte dal settore agricolo e da madre natura, non produce quasi niente) risulta condannata a consumare passivamente quasi tutti i prodotti industriali provenienti dal Nord, con prezzi esorbitanti in continuo aumento. Questo ultimo dovuto anche all’alto costo dell’energia sebbene ivi prodotta, con l’inquinamento ambientale rilevante ed irreversibile. La cosa alquanto strana è che tutti i siciliani dinanzi alla c.d. “crescita” che non c’è, tacciono o dormono. Chissà per quali strani motivi.