di Giuseppe Bianca -

In Italia la voglia di “centro” non muore mai. È stata attuale persino all’indomani della fine della Prima Repubblica, ha sopravvissuto in varie forme ed in cento modi. Ha superato la barriera maggioritaria e la deriva proporzionalista. Qualche mese fa, più di un corteggiamento in nome dell’Italia che verrà, portava la sigla chiara e netta di un riposizionamento in tal senso. Saverio Romano è democristiano da quando nei congressi giovanili, venti anni fa giocavano a fare i loro piccoli “Risiko” con crisi di governo estemporanee, nel loro parlamentino del Don Bosco, dove la signorina La Rocca, li guardava come fossero tutti figli suoi. C’era, tra gli altri D’Alia con qualche chilo in meno, Cordaro, e gli altri. Cuffaro era già consigliere comunale.

Dell’esperienza di ministro porta un ricordo importante?

“Le direttrici lungo le quali si è mossa la mia azione politico-amministrativa alla guida del Ministero delle Politiche agricole e Forestali sono state quelle della difesa del made in Italy, la riforma di criteri di attribuzione delle risorse sulla PAC,  politica agricola comunitaria,  che tenesse conto della qualità di nostri prodotti secondo il criterio della produzione lorda vendibile  e delle risorse umane occupate. Il comparto dell’agricoltura, nonostante la crisi economico-finanziaria, continua a far registrare il segno più nel PIL nazionale. Romano parla di politica nazionale, sa che domani, un minuto dopo il 28 ottobre ci sarà la corsa agli schieramenti che si contenderanno  il governo del paese, in uno scenario incerto e contraddittorio, ai limiti dell’improbabile. I giorni delle certezze non ci sono più. Rischia di concludersi sia il berlusconismo che l’antiberlusconismo”.

Come si pone Cantiere Popolare nel quadro politico nazionale? 

“Siamo ormai un riferimento popolare consolidato nel centrodestra. Smettiamola con questa ripetitiva ed insulsa area dei moderati che  non sono  una categoria reale della politica, ma un riferimento astratto e paludoso, buono solo per chi non possiede una storia ed una tradizione politica. Noi l’abbiamo ed è quella del popolarismo europeo. Lavoriamo da tempo ad una galassia di associazioni e movimenti,  alla costituzione in Italia della sezione  del partito popolare,  che a differenza dell’Europa, in Italia stenta ad affermarsi. Il Pdl vive una sua crisi interna che ha aperto un dibattito sull’evoluzione di quell’area politico-culturale che  ha le sue radici in De Gasperi e Sturzo. Siamo per la difesa della vita,  la promozione della persona  umana,  la centralità dell’uomo e le politiche a sostegno della famiglia. Per un modello di welfare inclusivo a sostegno delle fasce più deboli della popolazione, come tra l’altro suggerisce la Chiesa”.

L’Identità del centro continua ad essere la più reclamata all’interno del panorama politico italiano, la scissione dall’Udc ha alterato  in tal senso la fisionomia dei questo gruppo che fa capo a lei, o si era snaturata in precedenza, alla luce delle scelte di prospettiva (avvicinamento al Pd) di Casini?

“Un partito non si definisce di centro a prescindere dalle alleanze che stringe, la nostra scelta è forte e chiara, siamo alternativi alla sinistra nei fatti e nelle parole, l’Udc di Casini, per essere chiari, lo ha fatto solo a parole”.

Una partita importante, per molti un’autentica  battaglia di sopravvivenza si gioca sulla prossima legge elettorale, ormai un palcoscenico  dove tutti recitano a soggetto, nel Pdl, ma anche nel Pd, ci sono più anime che convivono  tra loro, con differenti posizioni sulla prossima legge elettorale. Qual’è in tal senso la posizione del cantiere Popolare?

“Sono sempre stato convinto ed ho sostenuto  un rapporto diretto con gli elettori, sono contrario ad un parlamento di nominati,  se non cambia la legge elettorale non mi ricandiderò alle prossime politiche”.

Onorevole cosa deve fare la politica per  far riavvicinare la  gente sfiduciata, delusa, quando non disperata?

“Occorre intanto evitare le semplici generalizzazioni, la buona politica è quella che ascolta i cittadini e sa farsene interprete,  risposte diverse da queste sfociano nell’antipolitica, nella demagogia e nel populismo, tre cose, di cui il Paese non ha bisogno”.