L’elenco dei prodotti dell’agricoltura e dell’industria agroalimentare per i quali non è obbligatoria l’indicazione d’origine, rendendone di fatto impossibile la tracciabilità, è consistente e comprende, tra gli altri: pasta; formaggi; latte a lunga conservazione; carne di maiale, di coniglio e ovicaprine; derivati del pomodoro; frutta e verdura trasformate; derivati dei cereali.
La conseguente asimmetria informativa dovuta alla mancata indicazione d’origine di tali prodotti di largo consumo (170 milioni di kg l’anno quello della mozzarella), si traduce inevitabilmente in:
- un’opportunità, per tutte quelle imprese dell’industria alimentare che, spinti dall’esigenza di abbattere i costi di produzione, decidono di modificare le proprie strategie di approvvigionamento di materie prime, rivolgendosi prevalentemente o esclusivamente ai mercati esteri piuttosto che a quello interno;
- un rischio per l’intera filiera agricola italiana, in termini sia economici (riduzione della produzione agricola, dei prezzi all’origine e della possibilità di accesso alla rete della grande distribuzione), sia occupazionali (chiusura delle aziende, cassa integrazione, disoccupazione);
- un inganno per i consumatori, che non sono in grado di distinguere tra un prodotto di filiera agricola tutta italiana (vero Made in Italy) e un prodotto importato dall’estero e finiscono per operare scelte di consumo basandosi esclusivamente sul prezzo.
Alcune indicazioni in merito alle dimensioni del problema dei falsi dei colletti bianchi e ai rischi di contraffazione legati a questo secondo fenomeno di falso Made in Italy, difficilmente quantificabili data l’impossibilità di acquisire dati puntuali in merito alle singole aziende che importano prodotti alimentari dall’estero, sono desumibili dall’analisi delle importazioni di singoli prodotti agroalimentari, suddivisi per tipologia, paese di provenienza e provincia di destinazione.
Grano duro. Il grano duro rappresenta ormai da anni uno dei principali prodotti merceologici di importazione italiana dell’agricoltura, sia dal punto di vista quantitativo (1,8 milioni di tonnellate nel 2010), sia dal punto di vista economico (387 milioni di euro). Complessivamente, da Canada,Messico, Stati Uniti è stato importato nel 2010 il 75,1% del grano duro (77% in valore), contro un residuo 24,9% proveniente dal resto del Mondo (23,1% in valore).
Circa un milione di tonnellate di grano duro (56,5% del totale) sono state destinate alla sola provincia di Bari. Significativo anche il dato relativo alle province di Foggia, Parma, Chieti e Ravenna (importazioni comprese tra 118.247 e 158.075 tonnellate nel 2010). Bari conferma il proprio primato rispetto alle altre province italiane anche per quel che attiene il controvalore economico delle importazioni di grano duro, che nel 2010 è stato di 209,7 milioni di euro (54,1% del totale).
Pomodori. Nel solo 2010 l’Italia ha importato dall’estero circa 10.004 tonnellate di pomodori freschi o refrigerati, il cui controvalore economico supera i 12 milioni di euro (esclusivamente importazioni definitive). La merce importata proviene prevalentemente da Israele (7.319 t, 73,2% del totale), e Marocco (1.935 t, 19,3% del totale). Complessivamente, il controvalore economico delle importazioni di pomodori freschi e refrigerati dai due Paesi è pari a circa 11 milioni di euro (92,7% del totale). Significativo è, altresì, il dato relativo alle province di destinazione dei prodotti importati, con il primato di Savona (7.319 t, valore 9,3 milioni di euro) e Torino (1.914 t, valore 1,7 milioni di euro).
Nello stesso anno, le importazioni di pomodori preparati o conservati (prodotti dell’industria alimentare) ha raggiunto le 153.358 tonnellate (valore 89,5 milioni di euro). Le importazioni temporanee rappresentano il 70,8% del totale in termini quantitativi (108.509 tonnellate) e il 73,8% in termini di controvalore economico (66 milioni di euro). Questo significa che la maggioranza assoluta dei pomodori preparati o conservati che vengono importati dall’estero sono oggetto di lavorazione e trasformazione in Italia e, successivamente, vengono esportati. Il principale paese di importazione è la Cina, dalla quale sono arrivati in Italia 120.892 tonnellate di pomodori preparati e conservati nel solo 2010 (il 78,8% del totale, valore 65,3 milioni di euro), seguita dagli Stati Uniti, con 30.327 tonnellate di merci importate (19,8% del totale) il cui valore supera i 22 milioni di euro. La provincia di Salerno è destinataria del 97,3% dei pomodori preparati o conservati importati dall’estero (97,4% in termini di controvalore economico). La percentuale di prodotti importati destinati alle altre province italiane è inferiore all’1%. Uve e prodotti vinicoli. Nel 2010, l’Italia ha importato dall’estero 32.219 tonnellate di uva fresca o secca (valore 53,9 milioni di euro). I paesi da cui proviene la maggiore quantità di uva sono la Turchia, il Cile e l’Egitto (rispettivamente 53,3%, 16,4% e 8,5% del totale), con un controvalore economico delle importazioni che supera i 41 milioni di euro (77,6% del totale).
Nello stesso anno, il nostro Paese ha importato dall’estero circa 62.375 tonnellate di vini di uve fresche, per la quasi totalità provenienti dagli Stati Uniti e solo marginalmente da Cile, Argentina e altri paesi. Mentre per le uve fresche e secche le importazioni sono esclusivamente definitive, nel caso dei vini di uve fresche si registrano casi, seppur marginali, di reimportazioni e importazioni temporanee (rispettivamente 4,9 tonnellate e 300 kg nel 2010). Relativamente alla provincia di destinazione dei prodotti importati, per i vini di uve fresche si registra una significativa concentrazione delle importazioni (in termini quantitativi il 96,3% delle merci è destinato alla provincia di Cuneo, l’89,1% in termini di controvalore economico), mentre per le uve fresche e secche sussiste una maggiore omogeneità territoriale (ad eccezione della provincia di Genova, cui sono destinate il 25,2% delle importazioni). Carni. Un altro comparto merceologico che registra significativi volumi di importazione italiane dall’estero è quello delle carni, con 62.241 tonnellate di merci importate nel 2010 e un controvalore economico superiore a 328,4 milioni di euro. Le carni di animali della specie bovina sono la principale merce di importazione italiana (41.987 tonnellate nel 2010, valore 261,3 milioni di euro), seguita dalla specie ovina o caprina (5.708 tonnellate, valore 29 milioni di euro) e dai volatili (3.909 tonnellate, valore 9 milioni di euro). Complessivamente, le carni di animali riconducibili a queste prime tre categorie merceologiche rappresentano l’83% della quantità complessiva di carni importate (51.605 tonnellate) e il 91,3% del controvalore economico delle stesse (299 milioni di euro).
Come nel caso del latte e dei derivati del latte, le importazioni di carni sono prevalentemente definitive e solo marginalmente temporanee (rispettivamente 98,4% e 1,6% del totale). Quest’ultime sono, inoltre, riconducibili esclusivamente alle carni di animali della specie bovina (918 tonnellate, valore 5,1 milioni di euro), della specie suina (23 tonnellate, valore 136.000 euro) e, marginalmente, ad altre carni e frattaglie commestibili. Relativamente alla destinazione delle carni importate, si rileva, infine, il primato delle province del Nord Italia: il 62,9% delle quantità di carni bovine importate (26.388 tonnellate) arriva nelle province di Modena, Verbania, Milano e Reggio Emilia (23,9% nella sola provincia di Modena), mentre la stessa percentuale, riferita al controvalore economico delle merci importate, è pari al 64,3% del totale (168 milioni di euro); il 50% delle quantità di carne ovina o caprina importata dall’Italia è destinata alle province di Piacenza, Reggio Emilia, Milano e Varese (2.800 tonnellate, valore 14 milioni di euro); il 65,9% della carne di volatili arriva nelle province di Verbania, Piacenza e Genova, contro un residuo 34,1% destinato alle altre province italiane. Il controvalore economico delle importazioni di carne di volatili destinate alle province di Verbania, Piacenza e Genova è pari al 67,1% del totale (circa 6 milioni di euro).
Olio vergine ed extra-vergine d’oliva. Ciò che rende particolarmente significativo e, nel contempo, preoccupante il caso delle importazioni italiane di olio vergine ed extra-vergine d’oliva, è la prevalenza assoluta delle importazioni temporanee rispetto a quelle definitive. Nel solo 2010 l’Italia ha importato dall’estero 42.956 tonnellate di olio vergine ed extra-vergine d’oliva (controvalore economico 94,6 milioni di euro), di cui: 32.623 tonnellate (75,9% del totale) di olio vergine ed extravergine di oliva importato, oggetto di lavorazione e trasformazione e successivamente riesportato all’estero (importazioni temporanee), con un controvalore economico di 71,4 milioni di euro (75,5% del totale); 10.332 tonnellate (24,1% del totale) di olio importato definitivamente, con un controvalore economico di 23,1 milioni di euro (24,5% del totale).
La provincia di Pavia è destinataria del 33,3% della quantità di olio vergine ed extra-vergine d’oliva (14.310 tonnellate, controvalore economico 32,2 milioni di euro), contro il 19,6% di olio destinato alla provincia di Lucca (8.437 tonnellate, controvalore economico 18,5 milioni di euro) e il 10,1% destinato alla provincia di Genova (4.318 tonnellate, controvalore economico 9,5 milioni di euro). Latte e derivati del latte. Nel corso del 2010, l’Italia ha importato dall’estero circa 16.214 tonnellate di latte e prodotti derivati dal latte, con un controvalore statistico di circa 83 milioni di euro.
Le importazioni definitive rappresentano il 91,5% del totale in termini quantitativi (14.845 tonnellate di merci) e il 94% del totale in termini economici (78,4 milioni di euro), mentre la quantità di latte e prodotti derivati dal latte importati temporaneamente è stata di 1.368 tonnellate, con un controvalore statistico di circa 4,8 milioni di euro. La principale categoria merceologica di importazione è quella dei formaggi e latticini (88,1% del totale in termini quantitativi), per i quali risultano 14.292 tonnellate di merci (valore 77,3 milioni di euro), per la quasi totalità importate definitivamente. Le province di destinazione, vedono il primato di Milano (circa 10.000 tonnellate di merci, 70,3% del totale), Venezia (806 tonnellate di merci, 5,6% del totale), Varese (725 tonnellate di merci, 5% del totale). Complessivamente, in queste prime tre province arriva l’81% delle importazioni italiane di formaggi e latticini (l’84,8% in termini di valore).
La seconda categoria merceologica comprende il latte e la crema di latte non concentrati, con 1.346 tonnellate di merci importate nel 2010 e un controvalore economico di circa 4,6 milioni di euro. Le importazioni temporanee rappresentano la quasi totalità (99% della quantità e 99,5% del controvalore economico), con importazioni temporanee attestatesi, nel 2010, a 1.334 tonnellate (valore 4,5 milioni di euro). In termini di quantità, Ancona detiene il primato per provincia di destinazione delle importazioni di latte e crema di latte non concentrati (1.340 tonnellate, 99,5% della quantità totale e 99,9% del valore totale).










