(essepì) Sulla parete esterna di uno store cinese che non abbassa mai le saracinesche in Via Dante a Palermo, nei pressi della stazione liberty Lolli, si può leggere il tazebao di un ignoto pensatore: “Il lavoro è un diritto, il voto no. Il voto arricchisce i politici e provoca la disoccupazione”.
A pochi metri dallo store cinese, l’estate di un anno fa alle luci dell’alba venne depositata sul marciapiede una enorme cassaforte, prelevata dalla vicina gioielleria. Ed ancora oggi ci si chiede come abbiano fatta a tirarla fuori dal negozio di gioie senza che alcuno sentisse.
Venti metri più indietro, andando verso Piazza Politeama, sempre su Via Dante, una donna di mezza età si gettò dal balcone senza ragione e nella stradina interna, affluente di Via Dante, qualche anno dopo, una giovane moglie appena convolata a nozze, tornando a casa - un appartamentino a piano terra appena messo a nuovo – trovò il marito appeso ad una corda, cadavere. Un ragazzo con la testa a posto, dissero prontamente i vicini.
E’ un mondo piccolo quello che urla la propria disperazione, ma ci racconta tutto ciò che dobbiamo sapere di ciò che accade sotto i nostri occhi senza vederlo.
Perché l’ignoto autore del tazebao scopre nel rifiuto del voto e della democrazia l’arma per combattere “i politici”, nemici da debellare?
Perché la donna ha deciso di morire di solitudine e quel ragazzo con il sorriso sulle labbra si è impiccato senza una parola alla moglie gentile?
Viviamo una stagione triste, qualcuno osserva, di fatto lavandosene le mani.
“Non si capisce”, rispondeva talvolta Leonardo Sciascia a chi gli chiedeva un’opinione sull’efferatezza dei delitti compiutati dal crimine organizzato in Sicilia.
In realtà lo scrittore capiva, eccome se capiva. Ogni volta arrovellandosi su ciò che aveva appena detto e scritto, mai contento della sua verità.
Pare che solo tre elettori su cento credano nei partiti, una volta icone della democrazia. Pare che le idee non siano più frequentabili e vadano poste all’indice, perché hanno fatto troppi morti.
Che cosa ci serve allora per tornare ad avere fiducia in qualcosa o qualcuno?
Non lo sappiamo, così come non lo sapeva Sciascia. Ma di uno come lui sentiamo l’assenza. Sono scomparsi gli eretici. Ad ogni angolo di strada troviamo tribunali della coscienza: le voci degli inquisitori ci raggiungono ovunque, servendosi di qualunque mezzo: un giornale, un libro, la televisione, il proprio nome. Sono insopppoirtabili le prediche astute dei capipolo che si sono impadroniti della morale comune, della società civile, delle parole di chi non ha voce. Insopportabili perché vorrrebbe persuaderci che il male sta tutto da una parte, abita in un luogo conosciuto, quello del “nemico”, e perciò basta combatterlo ed annientarlo.
Gli eretici, come Leonardo Sciascia, sono spariti. Siamo poveri di dubbi. Al posto degli eretici ci sono i rottamatori, i giustizieri, quelli che urlano alla luna, i furbi costruttori del futuro.
“Al momento di marciare”, scrisse Bertold Brecht, “molti non sanno che alla loro testa marcia il nemico/La voce che li comanda/ è la voce del loro nemico./E chi parla del nemico/ è lui stesso il nemico.”
Bertold Brecht era un eretico, ma non lo sapeva.










