di Silvia Andretti -

Se non c’è “culo” non c’è offesa. Questo devono avere pensato gli autori del manifesto apparso in questi giorni a Palermo. Non è la pubblicità di un costume da bagno né di un centro estetico ma l’ennesima campagna sessista dei “creativi” di casa nostra. Un bel didietro femminile opportunamente flesso e la promessa che non ci prenderanno “per il chissacchè” nell’offrirci internet a prezzi stracciati.

Non si tratta solo di sessismo, questa pubblicità è anche omofoba – è l’immediata replica di Arcigay per voce del suo presidente Daniela Tomasino – il messaggio non è neppure troppo velato: prendere per il culo significa sodomizzare, con accezione negativa che sottintende sottomissione e punizione. Quale sarebbe dunque il loro messaggio? Noi non ti sodomizziamo?”.

Anni di tv commerciale e “b movies” hanno sdoganato un certo tipo di visione della donna e del corpo femminile rendendo le nostre strade nient’affatto diverse da muri di caserma, officine di meccanico, abitacoli di camion.

“Non capisco come si possa ancora fare promozione pubblicitaria facendo leva su certi luoghi comuni, come se fossimo ancora negli anni Cinquanta”, dice Daniela Tomasino che, tuttavia, crede che gli autori dell’immagine pubblicitaria non si rendano neppure conto dell’offensività della cosa, tanto è abituale ormai l’uso e l’abuso del corpo femminile nella vendita di ogni genere di prodotto. “E’ un vero controsenso che delle aziende che offrono servizi innovativi utilizzino una comunicazione così antiquata e politicamente scorretta”.

Che il corpo femminile sia utilizzabile per vendere qualsiasi merce non è solo umiliante per le donne (e i gay in questo caso) ma è un’offesa all’intelligenza e al buon gusto dei consumatori tutti. Questa pubblicità si rivolge a un consumatore uomo eterosessuale, che dovrebbe perlomeno sentirsi insultato dalla presunzione che basti mostrargli un bel didietro per provocare in lui la salivazione tipo cane di Pavlov.

Abbiamo provato a rivolgerci direttamente all’ufficio commerciale della ditta che, apprendiamo dal sito, opera in tutta Italia e ha sede a Palermo, ma senza successo: sia il numero diretto che il numero verde – proprio quello che c’è sul cartellone pubblicitario – sembrano essere fuori servizio. Curiosamente, si tratta della stessa azienda che è finita lo scorso anno al centro di un vespaio di polemiche per aver promosso, in una simile campagna, lo stereotipo del siciliano omertoso (naturalmente provvisto di coppola) che grazie alle eccezionali offerte della compagnia avrebbe “finalmente parlato”.

Questa pubblicità incarna bene il carattere di un certo bigottismo becero nostrano: l’innocua parola “culo” deve essere sostituita ma possiamo continuare a sorridere e tollerare la degradazione del corpo femminile, anche quando se ne mostra una parte. Una parte che però rappresenta il tutto.

Basta varcare le Alpi per accorgersi di quale concorso di idee, di quale corsa all’invenzione si avvalga la comunicazione pubblicitaria, sempre alla ricerca di soluzioni ironiche, taglienti, che stimolano l’intelligenza del consumatore. In Italia si fa ancora disinvoltamente appello alla bestialità, agli istinti più bassi dell’essere umano, presumendo che nessun maschio italico abbia superato la fase della pubescenza. Ed è qui sta l’offesa, non in un’innocua parola.

Chissà se questi “creativi” sono al corrente del fatto che questo marketing pecoreccio è caratteristica del nostro paese. Quello che i pubblicitari nostrani certamente non sanno è che gli stranieri loro colleghi – vedendo questi lavori – non riescono a impedirsi di prenderli in giro (o per il culo, come preferite).