“Sordu farsu”,  soldo falso. Negli anni Cinquanta-Sessanta circolava con insistenza questo epiteto regalato a piene mani ai catanesi. Era il tempo del boom economico e Catania era la Milano del Sud: osannata, apprezzata e invidiata. Perciò, come capita alle persone che ce l’hanno fatta, Catania subiva malignità e malacreanze.

Il boom fece spazio a imprenditori rampanti e venne il tempo dei Cavalieri: osannati anch’essi, invidiati e molto chiacchierati. La Milano del Sud sparì e con essa i Cavalieri. In  compenso c’è l’Etna Valley, perché i catanesi saranno pure “sordu farsu”, ma non se ne stanno con le mani in mano e ne sanno una più del diavolo quanto a commerci.

Quella che attraversiamo è una stagione particolare per l’altra capitale della Sicilia: ha guadagnato  il centro del quadrato come i pugili che hanno grande voglia di vincere grazie alla politica: il potere, sostengono in molti, è passato stabilmente dall’altra parte. Perché?

Raffaele Lombardo è succeduto a Totò Cuffaro, agrigentino. E Nello Musumeci ha una gran voglia di succedere a Raffaele Lombardo. Che ci riesca o meno è una cosa, ma che i giochi decisivi si facciano sulle falde del vulcano non ci sono proprio dubbi. E siccome due galli nello stesso pollaio non possono sopravvivere, uno dei due dovrà soccombere. Se ce la fa Musumeci per Lombardo è il principio della fine; se ce la fa qualcun altro, Miccichè o Crocetta stando alle pole position, il governatore può ancora far sapere di esserci. E non solo attraverso Toti, il figliolo candidato.

Accanto alla routine di ogni campagna elettorale – veleni, sgambetti, sospetti, accuse, mariuoli in quantità industriale –  su una pista parallela quasi sotto traccia trovano spazio le questioni di campanile. C’è chi giura che, per esempio, a Palermo il catanese Musumeci non raccoglierà niente, nonostante il suo gran daffare, perché “tutto può succedere meno che i palermitani votino un catanese”.

Sciocchezze, dicono i sostenitori di Musumeci: a Palermo abbiamo tanti supporters e sarà una sorpresa per tutti. Che il problema se lo sia posto “il catanese”, non c’è dubbio: ha compiuto molti gesti per ingraziarsi la palermitanità e ha speso molte parole a favore del capoluogo. Il campanile, insomma, ha preteso la sua parte. E l’ha avuta.

Siccome non ci sono sondaggi territoriali cui aggrapparsi per sapere come andrà a finire, se Musumeci conquisterà Palermo o meno, bisogna accontentarsi degli umori prevalenti che sono contradditori e non permettono di fare alcuna previsione sulla “stanzialità” o meno delle intenzioni di voto, se cioè Musumeci raccoglierà nel capoluogo la messe di suffragi che i suoi sostenitori si aspettano.

Rosario Crocetta, il suo competitore principale, parte tuttavia con un piccolo vantaggio: viene da Gela, città di confine, né orientale né occidentale, e tuttavia tradizionalmente – non solo per via dei chilometri – vicina a Catania, e a Palermo quindi non dovrebbe superare resistenze “di campanile”.

Comunque sia, i voti di Palermo faranno la differenza, specie in un contesto così risicato. Fra i due candidati più gettonati, Musumeci e Crocetta, infatti, ci sono due punti percentuali di differenza, una “forbice” che gli istituti demoscopici considerano distanza non significativa per via del margine di errore, considerato appunto, quando va bene, di due o tre punti percentuali.

Gianfranco Miccichè, il palermitano della compagnia, che i sondaggi relegano al terzo posto, potrebbe sfruttare il campanile più e meglio degli altri. Ma questo vantaggio, tuttavia, verrebbe eroso fuori da Palermo, in provincia, soprattutto nel Trapanese e nel Nisseno. In ogni caso, così come Musumeci a Palermo resta il catanese, Miccichè a Catania è il palermitano.

Sciocchezze? Forse, ma trascurare “il campanile” sarebbe un errore. Ne ha fatto le spese, in qualche modo, Raffaele Lombardo che verso il capoluogo non si è speso, subendone le conseguenze.