di Margherita Ingoglia -

Un mangianastri, macchine per scrivere, poltrone colorate e chitarre della hippie generation. E ancora vecchi telefoni in bachelite ordinati su mensole dalle tinte eccentriche e incorniciati dalle note lente di “Walk on the wilde side” di Lou Reed: la descrizione non è quella della scena di un film, anche se sembra di esserci dentro sul serio, ma di un eclettico happening dal sapore vintage e pop art. “Beat Pop Vintage” è il nome della mostra ideata e allestita da Ninni Arcuri, artista palermitano, e ospitata nelle sale della ex Cavallerizza settecentesca di Palazzo Sant’Elia fino al 25 novembre.

Cinque stanze, cinque ambientazioni differenti che, come  in un déjà-vu, trasportano il visitatore indietro nel tempo, tra la nostalgia dei ricordi suscitati da quegli oggetti che si mostrano ancora senza rughe e, l’emozione tutta nuova di chi, quegli anni, non li ha mai vissuti. Una vetrina vintage, accurata e ricercata nei suoi più piccoli dettagli, che ripropone lo spirito della swinging London degli anni cinquanta e sessanta. Avvolti da questo mondo parallelo ci si muove tra le parole della beat generation sfogliando, stanza dopo stanza, quelle pagine che hanno segnato un’epoca, tra la voglia di conquista della libertà a bordo dell’intramontabile 50 Special, e il culto di oggetti dal gusto popolare e Kitsch come i manichini a mezzo busto, utilizzati per l’arredamento.

Tra la quadricromia nei quadri di Wharol che tappezzano le pareti o la serigrafica rappresentazione, quasi fumettistica, di oggetti comuni, nelle opere di Wesselman si varca, in punta di piedi, la sala da pranzo che sembra avvolta in un’intimità familiare senza tempo. Una cucina in smalto firmata Jungens e una credenza con scatole di detersivi, barattoli di caffè Paulista e contenitori di pomodoro pelato Campbell in perfetto stile Warhol. Un tavolo di vetro al centro della stanza esibisce alcuni ingredienti che sembrano disposti per la preparazione di qualche pietanza: lo suggerisce anche l’orologio, fermo alle 14:30, è ora di pranzo. Un’atmosfera suggestiva che ricorda la celebre cucina di Julia Childe. Terza stanza: una vecchia cabina telefonica a gettoni in un angolo della sala e cambia la musica. Sulle note dei Beach Boys si varca l’uscio del mondo ciarliero dei barbieri con tanto di poltrone, un grande specchio, borotalco Roberts, pennello per la barba e tutti gli altri attrezzi utili per soddisfare la vanitas maschile. Terminata la toletta si passa al bar a prendere qualcosa da bere. Quarta stanza: un jukebox come quello nel telefilm “Happy Days”, un bancone in legno scuro e un grande scaffale colmo di liquori e whisky affiancato dall’imponente sponsor pubblicitario della bottiglia “Coca Cola”. Cambia la musica, cambia l’ambientazione.

Le note di “Twist and Shout” dei Beatles accolgono lo spettatore in un soggiorno borghese di città. Le pareti dalle tinte eccentriche sono illuminate da una lampada girevole posta sul pavimento dove campeggia anche una scritta tridimensionale “Pop”, mentre il manichino di una donna, disteso su un divano damascato, rivolge lo sguardo allo spettatore, in modo quasi indispettito: probabilmente è stata disturbata la lettura del fumetto di Guido Crapax poggiato sulle sue gambe. Negli anni della lotta dell’emancipazione femminile la donna, agli occhi dei visitatori curiosi, si presenta con una giacca di pelle, pantaloncini di jeans, occhiali azzurri e collane di perle colorate e… un caro saluto ai mutandoni della nonna.

“Ho girato fiere e mercatini di tutta Italia alla ricerca di pezzi unici, per riuscire ad allestire le mie esposizioni – afferma l’artista Ninni Arcuri – un assemblage che mi ha permesso di portare a Palermo, per il secondo anno, la mostra vintage – vintage è una sorta di parola d’ordine nelle mie esposizioni- Non per nostalgia, o meglio non solo per il sentimento che mi lega ai tempi passati –continua l’artista – Ma per distaccarmi dai contenuti banali. Oggi si è persa la memoria della storia e, quella degli anni che ho messo in mostra, a parer mio, è fondamentale per la formazione e la creatività di ogni artista. Ho visto visitatori commuoversi guardando qualche oggetto che li legava al proprio passato, all’infanzia, o al ricordo della difficoltà nell’acquistare il primo televisore o la prima lavatrice. Questa – conclude l’artista Arcuri – è l’arte che fa la storia”.