Assessore Gaetano Armao, la Regione siciliana ha le carte in regola per ottenere la firma dell’intesa con il governo nazionale?
“Oggi chiederemo per l’ultima volta la conclusione dell’intesa sul patto di stabilità, abbiamo le carte in regola”
Qual è l’agenda della Regione siciliana?
“Alle 15.30 parteciperò al Consiglio dei Ministri ed avrò modo di parlare con il Ministro Grilli”.
Se non si dovesse raggiungere l’intesa?
“Alla giunta di governo della Regione, domani procederemo a deliberare lo sforamento del Patto di stabilità per non perdere i fondi europei, non portare al fallimento le imprese, consentire l’avvio dell’anno scolastico, non portare al default molti comuni siciliani. Sono certi alcuni ‘effetti distorsivi’ determinati da un’applicazione meramente aritmetica del patto di stabilità ad una Regione ad autonomia differenziata del Mezzogiorno, con un diffuso disagio economico e gravi ritardi infrastrutturali”.
La Regione siciliana, dunque, disconosce il patto di stabilità.
“Affatto, non mettiamo minimamente in dubbio il Patto stabilità quale misura essenziale per l’imprescindibile consolidamento della finanza pubblica, la strategia di uscita dal disavanzo ed il contenimento della spesa i cui benefici effetti sono necessari per il bilancio regionale come per quello statale. E’ la misura e la modalità meramente aritmetica di applicazione pluriennale del Patto alla Sicilia che va contestata”.
Ci può illustrare nel dettaglio i termini della questione?
“Per la Regione, in aggiunta alle previsioni delle precedenti manovre, col decreto sulla revisione della spesa (d.l. 6 luglio 2012, n.95 convertito dalla l. 7 agosto 2012, n. 135, giova ricordare tutte oggetto di impugnazione alla Corte costituzionale), nel triennio 2012-14, il Patto di stabilita’ pesa per oltre 1,3 md nel 2012 (limitando complessivamente per l’anno in corso a 5,2 md i pagamenti, soltanto lo scorso anno ammontanti a 6,7 md – con un sacrificio di risorse a disposizione del sistema economico regionale – ed a 6,5 md gli impegni, su un bilancio da quasi 27 md), per oltre 1,7 md nel 2013 e per oltre 1,8 md nel 2014. Ed in tal senso la stessa Corte dei conti, nel richiamato giudizio di parificazione del rendiconto 2011, ha espresso forti preoccupazioni sugli effetti dei tagli imposti dalle manovre nazionali: “che hanno ripartito il contributo richiesto alle Regioni sulla base di un mero calcolo aritmetico, senza tenere in adeguato conto le diversità economiche e sociali delle realtà territoriali, con ciò penalizzando fortemente la Sicilia”.
In che misura la Sicilia sarebbe penalizzata dal patto di stabilità?
“Ebbene – per fare una proiezione – con questi saldi (ed ammesso che non subiranno un peggioramento) nel 2014, con esclusione della Sanita’, su un bilancio di 27 miliardi, si potranno effettuare pagamenti per 4,8 miliardi che, al netto di stipendi, pensioni e restituzione del debito, riduce a solo 2 miliardi le risorse disponibili per far tutto il resto, compresi gli investimenti ed il cofinanziamento alla spesa europea. E’ chiaro che così l’economia siciliana viene condannata all’asfissia. Se colleghiamo, poi, queste dinamiche di compressione finanziaria agli effetti che dal 2014 saranno realizzati dalle previsioni della l.cost. n.1/2012 che ha, tra l’altro, riformato gli artt. 81 e 119 della Costituzione, lo scenario diviene insostenibile per la Sicilia”.
Qual è la sua opinione sulla disciplina di bilancio. Giudica utile l’introduzione di un preciso impegno?
“L’obiettivo della modifica costituzionale è di introdurre un preciso impegno in tema di disciplina di bilancio, collegandolo ad un vincolo di sostenibilità del debito di tutte le pubbliche amministrazioni, nel rispetto delle regole in materia economico-finanziaria derivanti dall’ordinamento europeo, a partire dalla previsione che limita fortemente la possibilità di realizzare investimenti per le Regioni con bilanci caratterizzati da maggiore rigidità. Ma in questo modo, senza adeguate forme di temperamento e gradualità, si rischia di introdurre nelle Regioni del Mezzogiorno vere e proprie gabbie di cittadinanza, relegando i siciliani ad un deficit di servizi e ad un divario economico che, da insuperato, diverrà insuperabile e queste questioni, pur se già rappresentate al Governo nazionale al tavolo già insediato sul federalismo fiscale, vanno sostenute con determinazione e con grande convergenza di intenti”.
Le conseguenze per la Sicilia potrebbero essere disastrose.
“Una prospettiva che si concentri esclusivamente sul pur ineludibile contenimento della spesa porterà, inevitabilmente, la Sicilia al collasso economico. E’ necessario, infatti, coniugare le politiche di risanamento avviate con iniziative che sostengano lo sviluppo e la crescita, attraverso politiche che permettano, nel medio periodo, di rendere il processo di risanamento compatibile con l’esigenza di non aggravare la dinamica recessiva in corso e che in Sicilia hanno visto l’avvio di alcune esperienze positive quali il credito d’imposta per gli investimenti avviato nel 2011, con una forte richiesta di utilizzo proveniente da imprese regionali ed extraregionali”.
La Regione siciliana deve pur fare la sua parte.
“Certo, la Regione sta procedendo con gli strumenti finanziari di cui puo’ disporre per varare iniziative possibili a sostegno dell’economia: dal credito d’imposta per gli investimenti (120 milioni di finanziamento regionale, circa mille istanze pervenute, investimenti per oltre 500 milioni di euro, accompagnato da misure di contrasto all’estorsione), alla patrimonializzazione dei consorzi fidi, al microcredito per le famiglie, al riassetto di Irfis-Finsicilia spa, alla moratoria sulle operazioni di prestito che in Sicilia e’ stata ampliata ed estesa con il primo accordo regionale con l’Abi, alla cessione di crediti verso la p.a., finalmente estesa anche a livello regionale, alle misure per il consolidamento delle passività delle pmi, all’esenzione Irap quinquennale per imprese giovanili e femminili, all’operatività dei fondi ‘Jeremie’ per il microcredito in favore delle imprese (sul quale tuttavia si e’ aperto un confronto con il FEI) e “Jessica” per interventi strutturali, la costituzione del fondo per lo sviluppo dell’abitare sociale in Sicilia (ASSI) in collaborazione con la Cassa Depositi e Prestiti”.
Quali libertà di manovra potrà avere la Sicilia in ambiti così ristretti?
“E’ evidente che – con questi saldi del patto di stabilità – nel triennio non solo diviene assai improbabile effettuare rilevanti investimenti ed interventi di sostegno alle imprese, ma addirittura diviene insostenibile la pur appropriata richiesta alla Sicilia, come alle altre Regioni del Mezzogiorno, di un impegno all’accelerazione del cofinanziamento della spesa comunitaria, per incrementare l’impiego dei fondi europei, mentre i vincoli del patto di stabilita’ si restringono progressivamente. Ricorrendo ad una metafora, e’ come chiedere ad un pilota di pigiare contemporaneamente freno ed acceleratore: gli effetti di paralisi sulla trazione sono gli stessi di quelli ai quali assistiamo sulla finanza regionale e locale. Sempre secondo la Svimez, in un generale contesto di crisi recessiva, le quattro manovre effettuate nel 2010 e nel 2011 e approvate dal precedente e dall’attuale Governo hanno un impatto complessivo sul Pil più pesante nel Mezzogiorno rispetto al Centro Nord (effetto depressivo sul PIL nel 2012 dell’1,1% di cui pero’: 8 decimi di punto nelle regioni centro settentrionali e 2,1 punti percentuali in quelle meridionali). L’impatto delle manovre al Sud ricade per il 75% sulla dinamica degli investimenti al Sud (causa i tagli operati al Fondo per le aree sottoutilizzate-FAS) e determina il calo del PIL di 1,7 punti percentuali sui complessivi 2,1 punti.
Secondo lei si dovrebbe operare sui tetti del patto di stabilità, pare di capire.
“I tetti del patto di stabilita’, determinati in modo aritmetico dallo Stato e senza la necessaria graduazione e considerazione dei diversi livelli di autonomia, penalizzano maggiormente le Regioni che hanno competenze più estese ed i cui costi, spesso, sono solo in minima parte comprimibili,
b) che hanno più investimenti da co-finanziare (fondi strutturali, fondo sviluppo e coesione, già FAS) ed hanno maggiori oneri per trasporti (che nonostante le richieste, non sono stati esclusi dal patto)”.
E, conseguentemente, in modo particolare la Sicilia.
“E’ così, occorre introdurre, senza più rinvii, nella strutturazione del Patto di stabilita’- lo abbiamo prospettato reiteratamente al Governo statale, impugnando altresì alla Corte costituzionale i provvedimenti legislativi che ne hanno inasprito il regime – meccanismi di esclusione dai vincoli del patto di stabilita’ di particolari tipologie di spesa (a partire da quelle per investimenti, a quelle per i trasporti ed a quelle per i servizi sociali) che consentano di risanare senza condurre all’asfissia l’economia locale e spingere le imprese creditrici della p.a. al fallimento.
Ma su questo punto e’ doveroso sottolineare come solo alcune associazioni imprenditoriali abbiano davvero avvistato il problema ed effettuato i necessari interventi a tutela del sistema economico siciliano, mentre altre (fortunatamente poche, ancorché autorevoli), in una proiezione politica che ormai ne determina con prevalenza gli orientamenti, si sono spinte attraverso loro esponenti a prospettare spavaldamente addirittura l’imminente il default della Sicilia. Prospettiva, questa, che si e’ dimostrato essere priva di fondamento, ma che se un effetto ha sortito e’ stato quello di rendere ancor più complesso ed oneroso il rapporto con gli istituti bancari degli stessi imprenditori siciliani creditori delle amministrazioni pubbliche regionali.
Senza misure di riequilibrio della spesa nel Patto di Stabilità europeo – che divengono di rilevanza cruciale – non solo si paralizzerà la crescita e si renderà impossibile il risanamento, ma ciò condurrà la Sicilia a consolidare la posizione di sottosviluppo nel quale ha allignato la mafia e la sua risposta criminale alla miseria ed al bisogno.
Il Governo regionale – dopo molteplici richieste, sollecitazioni, decine di ricorsi in Corte costituzionale (le cui recenti pronunce sono sin qui’ sostanzialmente favorevoli alla Regione) – ha così ottenuto l’insediamento del ‘Tavolo’ sulla autonomia finanziaria ed il federalismo fiscale, in attuazione dell’art. 27 della l.n.42/2009.
Si apre, così, un proficuo confronto, dopo oltre quarant’anni di tentativi andati a vuoto, di attuazione delle norme finanziarie dello Statuto (artt. 36,37 e 38) e di inveramento dell’autonomia finanziaria.
Ciò e’ stato possibile anche a seguito delle importanti pronunce ottenute dalla Corte costituzionale in materia su diversi ricorsi proposti dalla Regione (sent. nn. 201/2010 e nn. 64, 71 e 181) nel presupposto – adesso riconosciuto formalmente dallo stesso Giudice delle leggi (sent. n. 151/2012) – alla stregua del quale: “le norme costituzionali menzionate dalla parte resistente, infatti, non attribuiscono allo Stato il potere di derogare al riparto delle competenze fissato dal Titolo V della Parte II della Costituzione, neppure in situazioni eccezionali. In particolare, il principio salus rei publicae suprema lex esto non può essere invocato al fine di sospendere le garanzie costituzionali di autonomia degli enti territoriali stabilite dalla Costituzione. Lo Stato, pertanto, deve affrontare l’emergenza finanziaria predisponendo rimedi che siano consentiti dall’ordinamento costituzionale.
In tale contesto si colloca altresì il confronto, aperto quest’anno direttamente con il Ministro per l’Economia e le finanze, per il consolidamento degli equilibri di bilancio, divenuto essenziale per il superamento della situazione di affaticamento finanziario che aveva condotto, lo scorso luglio, la tesoreria regionale a raggiungere l’insostenibile somma di circa 1,5 md di euro di anticipazioni, in gran parte per impegni non tempestivamente onorati dallo Stato (Fas, Sanita’ etc)”.












Un commento a "“Ci dicono di accelerare
e frenare, così capottiamo”"
articolo molto tecnico:chi lo capirà?