Franco Mineo sarebbe stato beccato durante una dazione di panettoni: 250 per l’esattezza, richiesti da un’associazione caritatevole, molto vicina alla sua parte politica, e pagati, manco a dirlo, dall’Assemblea regionale siciliana, Miccichè presidente. Si trattava di un dono natalizio, a spese dei contribuenti, cui non è permesso nemmeno di lagnarsi in questa circostanza per via dei destinatari bisognosi (ma siamo affatto sicuri che lo fossero?).

L’aspetto giudiziario della vicenda, oggetto di indagine da parte della magistratura, ci interessa poco. Quel che vale la pena di considerare è un altro aspetto, che ci permette di capire come va il mondo dalle nostre parti. Il percorso seguito dai panettoni ci induce a ritenere che esso abbia obbligato i panettoni a compiere una missione, fare sapere che il benefattore, o i benefattori, non erano i contribuenti, cioè l’Assemblea regionale siciliana, ma un’associazione caritatevole che agiva per nome e conto della politica.

Niente sembra sottrarsi al “favore”, e questa è una riprova di ciò, nemmeno il dono natalizio. Dal posto di lavoro alla bolletta, dalla “pratica” da smaltire in tempi brevi, all’intervento del servizio di manutenzione. I diritti, anche i più elementari, subiscono in corso d’opera una specie di metamorfosi: si trasformano in favori, dei quali si deve essere grati a qualcuno, da non dimenticare nel momento giusto.

Questa catena di Sant’Antonio, il santo ci perdoni, viene sbrigativamente definita clientela. In realtà è qualcosa di peggio, una rassegnata accettazione di consuetudini riprovevoli che dovrebbe farci arrossire di vergogna. Pescare Franco Mineo nel sacco, ammesso che le cose stiano così come sarebbero apparse agli inquirenti, può essere di qualche utilità, ma è un granello di sabbia nel deserto del Sahara. Il protagonista dei panettoni in viaggio verso i bisognosi, cioè Mineo, merita perfino compassione perché è sfortunato (o troppo audace, fate voi). Così va il mondo, insomma. E non casualmente.

In questa vicenda entra a pieno titolo la questione principe, di cui nessuno parla o scrive, e sono i fondi di rappresentanza o riservati, che hanno provocato un sacco di guai a qualcuno e permesso ad altri di fare ciò che volevano, come se nulla fosse. Ci si è chiesto perché mai debbano esistere fondi riservati affidati ai presidenti dell’Assemblea e della Regione? Perché i fondi destinati alla rappresentanza, cioè all’accoglienza di ospiti illustri o eventi istituzionali, siano spesi per fare beneficenza? Perché mai ad un uomo politico, chiunque sia, deve essere concesso di fare beneficenza con i soldi dei contribuenti sulla base di una decisione personalmente assunta?

Il presidente dell’Ars o della Regione tiri fuori i soldi dal proprio portafogli, che non piange miseria per via dei lauti compensi, quando è mosso a compassione. L’uso del denaro pubblico senza controllo né regole è uno strumento che perpetua la clientela e trasforma il diritto in favore, a danno della dignità delle persone e degli stessi spazi di libertà dei cittadini.

I fondi di rappresentanza devono essere usati per il fine che perseguono ed non godere di alcuna riservatezza. Il problema si pone anche per altre “dazioni” improprie, come i rimborsi elettorali ai partiti, autentiche regalie, i contributi ai gruppi, finanziamento occulto ai deputati regionali, nazionali e senatori, le indennità ai portaborse (che restano nelle tasche di molti parlamentari).

Nei giorni scorsi abbiamo assistito, basiti, alla disputa fra i due presidenti dell’Ars, Francesco Cascio e Gianfranco Miccichè, sul presunto uso improprio dei fondi di rappresentanza e letto sui giornali numeri e casuali di dazioni. Doni di pochi euro, a fronte di montagne di quattrini senza obbligo di rendiconto nella norma. Giusta o sbagliata la donazione, la questione non muta: la beneficenza la facessero con i loro soldi. Per favore.