Gianfranco Miccichè raccoglie il testimone di Claudio Fava e sospetta ad alta voce possibili maneggi che avrebbero “costruito” l’esclusione del candidato della sinistra dalle urne siciliane. Lo fa con la consueta nonchalance. Più gli argomenti che aggredisce sono complessi e gravi, maggiore è la rapidità e la semplicità con le quali li affronta, confidando nel suo infallibile intuito politico.

Fava, com’è noto, è rimasto vittima di una disattenzione, che nelle rigide procedure elettorali si pagano sempre, perché le regole devono essere rispettate, altrimenti è un casino, e gli avversari non sono disposti a chiudere un occhio, legittimamente. Che cosa c’entrino i maneggi romani con il cambio di residenzia effettuato con cinque o tre giorni di ritardo, non si capisce. O almeno, si capisce, nel senso che bisogna fare entrare l’asino con la coda quando c’è da condurre il discorso dalla parte che più ci conviene. E quale sarebbe l’interesse del leader del Grande Sud, nel dipingere nientemeno che l’ex candidato Fava come la vittima dei soprusi della Capitale, dell’autonomismo, dell’odio antiromano, e della Sicilia vittima – non solo Fava – dei potentati romani.

Convertitosi alla fede sicilianista, Miccichè adotta le modalità bossiane per arrivare al cuore dei siciliani, di cui crede di cogliere gli umori e le rabbie più profonde in tempo di crisi per il popolo e vacche magre per la casta.

Si rifugia in una nicchia che potrebbe trasformarsi in un ghetto. Un ghetto alla rovescia, un’apartheid non imposta da alcuno, ma cercata con gli strumenti che fino a ieri sono appartenuti a Umberto Bossi ed alla sua corte dei miracoli.

Roberto Maroni ha cambiato stile, interlocutori, contenuti. Tutto. Il sicilianismo, interpretato da Miccichè, invece viene interpretato in chiave leghista nella convinzione che i fasti del senatur possano arrivare anche al sicilianismo di ultimo conio.

Se c’è una enorme quantità di italiani che preferisce Mario Monti, il più severo, rigido, rigoroso e “sprovveduto” (nel senso del politichese) degli uomini di governo che abbia mai avuto, nonostante provvedimenti faticosissimi da digerire, una ragione c’è, e Miccichè dovrebbe cercarla. La nostra ipotesi è semplice: che la gente, qualunque sia il colore preferito, non ne può più di piazzisti della politica e di ingordi governanti, e su questo altare accetta rinunce inaudite.

Insomma non è tempo di fanfare, urla e vittimismi fuori luogo. Lo stesso Fava, dopo le sparate iniziali sul golpismo romano, s’è fatto da parte e ha continuato la sua battaglia per interposta persona, avendo compreso – ci auguriamo – che non è strada che spunta.

La sua difesa da parte di Miccichè, la cui strumentalità è pacchiana, è una drittata da bar dello sport. Speriamo che Gianfranco capisca e cambi tono, altrimenti la crisi di credibilità che investe i partiti ed i loro rappresentanti, finirà per pagarla, ingiustamente, in prima persona.