Se Renata Polverini, così come qualunque altro suo collega al vertice delle Regione, non poteva non sapere che i soldi pubblici affluivano copiosi e ingiustificati ai gruppi parlamentari e non solo, è altrettanto vero che il fiume di denaro che attraversa le assemblee legislative e finisce nelle tasche di “potenziali” personaggi da operetta, come il Batman di Trastevere, non può passare inosservato alle opposizioni.

Si può, e si deve, fare un distinguo fra chi si porta in Spagna i soldi per farsi gli affari suoi, o spende in ostriche e champagne le risorse destinate all’attività politica, ma non si può e non si deve fare alcun distinguo sulla responsabilità politica, e morale di tutte le rappresentanze parlamentari, con l’eccezione dei radicali. Una cosa è mettersi i soldi in tasca per fare i propri porci comodi ed un’altra accettare il finanziamento “abnorme” dei partiti. Ma è proprio questo transito affollato di mazzette pubbliche offerte a piene mani ai gruppi parlamentari (anche il rimborso elettorale, contrariamente a quanto avveniva con il finanziamento pubblico, bocciato da un referendum), che aguzza l’ingegno, mobilita i corrotti e fa nascere “er Batman de Trastevere”.

Il sistema di “mutuo soccorso”, infatti, non ha confini politici, e nemmeno istituzionali perché, com’è noto, i primi grandi scandali ebbero come protagonisti i partiti nazionali e il rimborso elettorale con i tesorieri della Margherita (Lusi) e della Lega Nord (Belsito). Puntare il dito sulle regioni come sentina di tutti i mali, quindi, sarebbe troppo comodo ed ingiusto.

Le proporzioni dello scandalo laziale, tuttavia, sono tali da superare l’immaginazione ed hanno comprensibilmente colpito l’opinione pubblica offrendo un panorama di degrado, spreco, corruzione. È normale pertanto che si cerchi di vederci chiaro un poco ovunque e si voglia por fine, in qualche modo, alla rapina delle risorse pubbliche da parte delle rappresentanze politiche.

La Lombardia, la Campania, la Sardegna, la Calabria e la Sicilia in queste ore, per motivi diversi, sono oggetto di attenzione da parte dell’autorità giudiziaria. La Sicilia è arrivata ultima, ma già occupa le prime pagine, perché ha guidato la classifica degli alti costi delle assemblee legislative, dei privilegi, dei vitalizi e delle indennità grazie al “parametro” con il Senato della Repubblica, una consuetudine che ha sempre permesso al Parlamento regionale di adeguarsi alla Camera alta con indubbi vantaggi di varia natura. Una condizione che, è bene ricordarlo, è stata accettata anche da chi non ha le mani in pasta, ma crede nell’autonomismo.

La questione siciliana, dunque, è più complessa ed ha profonde motivazioni politico-culturali. Errori di valutazione che hanno fatto dell’autonomia e della sua specialità un alibi per i privilegi e gli sprechi, e quindi la causa prima degli stessi.

I nemici dell’autonomia, consapevoli e non, sono proprio i difensori dei privilegi e degli sprechi, così come i nemici delle democrazie e delle sue istituzioni, sono coloro che le utilizzano in modo indecente anche per ragioni di bottega, e non solo per mettersi i soldi in tasca.

L’indagine conoscitiva della Procura della Repubblica, tuttavia, giunge – per ragioni “oggettive” – alla vigilia del rinnovo del Parlamento regionale e dell’elezione del presidente della Regione. In qualche modo ”costringe” i candidati a farsi un esame di coscienza e, forse, ad impegnarsi con gli elettori su un cambio, almeno, di stagione.