di Antonino Cangemi -

Strano paese il nostro, pieno di contraddizioni. Un paese di poeti? Forse: ma tutti scrivono versi e nessuno li legge. Un paese cattolico? Così si predica: ma la maggioranza degli italiani andando a messa, quando ci va, ritiene di avere messo a tacere i richiami della fede.

Queste premesse –provocatorie – servono a introdurre l’ultimo libro di Maria Teresa Santalucia Scibona, “Codice interiore” edito da Cantagalli. Sì perché il testo della Santalucia Scibona, scrittrice senese di lungo corso insignita di varie riconoscenze, è una raccolta di poesie di ispirazione religiosa. Ed è una risposta al distorto e falso interesse per la poesia e al cattolicesimo di facciata.

Dinanzi alla pletora di verseggiatori dilettanti e di ”poeti laureati”, per dirla con Montale, attratti dalle elaborazioni più astratte e astruse in nome di un malinteso sperimentalismo, Santalucia Scibona ci offre una poesia matura, frutto di ispirazione e di autentico scavo sulle parole, e semplice, che fa sobbalzare le anime sensibili per quello che dice e per come lo dice senza ricorrere a metafore ardite o a criptici voli pindarici.

Dinanzi a un cattolicesimo ostentato e di superficie Santalucia Scibona testimonia, attraverso i suoi versi, una fede granitica vissuta tra le sofferenze fisiche che da un po’ di tempo la affliggono: “Soltanto chi soffre possiede / la chiave d’oro della conoscenza”.

Se si dovesse riassumere in una parola il segreto dell’ispirazione della Santalucia Scibona, questa è umiltà. L’umiltà commovente del suo canto che al cospetto del “Divino Ingegnere” è un soffice alito dell’anima, un’invocazione sottovoce dell’Eterno: “Irraggiungibile pare la meta / tant’è lontana e aspra. / Pur non dispero / di arrivare un giorno./ Contusa, affaticata, / ma non vinta. / Avrò mia ricompensa / sulla vetta e felice / saprò di aver sofferto”. Umiltà che è la cifra stilistica delle poesie di questa silloge, spoglie di ogni orpello, di ogni ridondanza, nude nella loro nitidezza come, verrebbe da dire, lo fu Francesco per affidarsi a Dio. Umiltà che è anche lo stigma della sua fede: “Del divino Ingegnere / vorrei essere / l’amata sigaretta./ Estinguendomi in Lui / per compiacerLo, / riarsa d’amore / e consumata tutta”.