“It’s a long way to Tipperary…”, recita una mitica canzone inglese evocando il ritorno dalla guerra dei soldati. It’s a long way, la distanza che separa i democratici da un possibile successo, che viene accarezzato da più di un decennio invano, eppure le truppe fremono per dissidi interni, per il piazzamento degi uomini di partiti: composizione del listino e della giunta di governo sono oggetto di  conflitto fra la segreteria del partito il candidato presidente. Beppe Lupo pretende di mettere la firma su metà degli otto nomi che comporranno il listino, Rosario Crocetta ritiene invece che si debba “aprire” a tutte le componenti della coalizione che lo sostiene. Il primo è il terminale del pressing interno – le correnti e i big – il secondo degli apporti esterni, faticosamente conquistati sul campo.

Lupo ricorda il patto iniziale e chiede che venga rispettato, Crocetta ricorda che lo start up non aveva interlocutori esterni, ma solo Pd e Udc, i soci “fondatori” della coalizione, ed ora ci sono il Psi, l’Api, i Movimenti territoriali (De Pasquale, sindaco di Ragusa). Inoltre il candidato Presidente vuole “piazzare” qualche uomo di fiducia.

Stesso problema, più o meno, agita le parti sulla composizione della giunta di governo. Non si danno numero, a differenza del listino, ma spuntano già alcuni nomi e c’è chi vorrebbe che fossero garantiti alcun impegni prima che si aprano le urne. Insomma, c’è chi pretende garanzie, prima scendere in campo.

Sulla carta dovrebbe essere Rosario Crocetta la parte più debole nel confronto, ma a giudicare dalle sue risposte a muso duro, date al segretario (quelle riferite dai media), l’ex sindaco di Gela non si sente affatto il partener debole, tutt’altro. Ha fatto sapere, infatti, che su listino e giunta devono ragionare con lui i partiti, a cominciare dal suo, il Pd, che crede di potere imporre il suo diktat.

Una direzione del partito ad hoc, lunedì, dovrebbe sbrogliare la matassa, ed è assai probabile che ci riesca perché sarebbe un suicidio altrimenti per l’asse Pd-Udc. E quanto sia svantaggioso un  insuccesso siciliano per gli equilibri interni del partito e le politiche del prossimo annno, lo sanno bene in tanti. Ed è per questa ragione che la direzione nazionale del Pd predica morigeratezza e sembra condividere la duttilità di Crocetta piuttosto che i numeri di Lupo.

Sia il listino che la composizione della giunta da proporre agli elettori sono tuttavia delle occasioni irripetibili per comunicare una reale volontà di cambiamento sia nel metodo quanto nella qualità. La Sicilia dispone di uomini di valore – competenti e apprezzati – che svolgono la loro attività nel mondo del lavoro, delle professioni e dell’impresa, con encomiabile tenacia e intelligenza.

Sui programmi e le buone intenzioni c’è ormai una liturgia che non scalda i cuori di nessuno: sono gli uomini e le donne, le loro storie, che raccolgono, o meno, la fiducia degli elettori.

Le coalizioni, dunque, non solo quella del candidati Crocetta, dovrebbero fare del listino e della squadra di governo, le due bandiere da sventolare, il biglietto da visita e la carta d’identità.

Ma “it’s a long way to Tipperary…”, purtroppo.