La bocciatura del finanziamento pubblico ai partiti fu decretata con voto plebiscitario dai cittadini italiani in un referendum quasi venti anni or sono. Fu il picco più alto di consensi ad un quesito referendario.

Appresi i risultati, poche ore dopo, i partiti del tempo ripararono all’incidente immediatamente, cambiando la “ragione sociale” del finanziamento pubblico, che si chiamò “rimborso elettorale”. Fu una risposta esemplare: rapida, furbesca, perfino punitiva. Era come se i partiti avessero detto agli italiani: vi siete comportati da sciocchi, il pallino ce l’abbiamo noi in mano; dal momento che non vi piaceva come stavano le cose, ora beccatevi questo. Che cosa? Il rimborso elettorale, che si sarebbe rivelato subito non solo una soddisfacente riparazione, ma uno strumento che ripagava con gli interessi, molto alti, il maltolto.

Nonostante la legge fosse intestata al “rimborso”, il finanziamento non aveva niente a che vedere con le spese effettuate in campagna elettorale dai partiti. Si trattava di una dazione parametrata al numero dei votanti ed alla consistenza dei partito, con norme assai favorevoli anche per i perdenti. Sicché scendere in campo con una lista alle elezioni politiche è diventato un business a prescindere dai risultati.

Si sono così messi in tasca i soldi dei contribuenti anche i partiti che non hanno fatto ingresso in Parlamento ed hanno raccolto una montagna di quattrini, inoltre, quelli che sono stati premiati dall’elettorato. Non dovendo rendere conto dei costi sostenuti e delle spese effettuate, il rimborso ha arricchito il partito. O meglio il gruppo dirigente del partito. O meglio ancora, qualche segretario e qualche tesoriere.

Nessun controllo, nessuna vigilanza, nessun rispetto della “ragione sociale”, il rimborso. Solo un espediente perfino plateale, del quale nessuno si è mai vergognato. Fino a che non si è scoperto che si rubava a piene mani.

I casi della Margherita e della Lega Nord sono esemplari. Gli italiani hanno scoperto che i loro quattrini potevano finire nelle tasche del più lesto senza dovere affrontare itinerari perigliosi, bastava volerlo ed avere la delega alla “cassa”.

Qualche giorno fa, infine, gli italiani hanno fatto un’altra scoperta dell’acqua calda, che anche le assemblee legislative regionali, distribuiscono soldi pubblici con lo stesso sistema ben collaudato del rimborso. Cambia la dizione, non più rimborso ma “spese per l’attività politica”, ma resta tutto come prima.

Ora sappiamo che il finanziamento bocciato da una maggioranza bulgara è stato raggirato due volte sia in sede centrale, in Parlamento, con il rimborso fasullo, sia in periferia, nei capoluoghi di regione, dove le assemblee legislative elargiscono contributi ai gruppi parlamentari per lo svolgimento dell’attività politica. Si è appreso che i soldi servivano in Lazio per aprire conti correnti all’estero, rigorosamente personali e privati, sia per ostriche e champagne. Alla faccia dei contribuenti e dei milioni di italiani che non sanno come arrivare a metà mese o sbarcare il lunario.

Qualche giorno la riforma dei contributi ai partiti ha finalmente tenuto la scena in Parlamento e qualcuno ha cercato di impedire che i bilanci venissero controllati all’esterno. Il tentativo, a quanto pare, è stato sventato, ma guai ad abbassare la guardia. Le nuove norme, ne siamo convinti, non cambieranno le cose più di tanto.

Pensate che sia qualunquismo, demagogia? Che i soldi ai partiti servono per evitare che a fare le carte siano solo i ricchi? Tutto giusto, ma a patto che ci siano i controlli, che finisca la festa, che il denaro, guadagnato con il sudore dagli italiani, sia “rispettato”, onorato, speso bene.

La storia dell’autodichia, cioè l’autonomia amministrativa delle assemblee legislative, è un principio che poteva andare bene qualche secolo fa, quando si aveva qualche timore a mettersi in tasca i soldi dell’erario, ma ora non più, assomiglia sempre più ad uno strumento utile per i furti con destrezza.

Facciamo di tutta l’erba un fascio, è vero, ma perché mai quelli che fanno il proprio dovere, e non si mettono un euro in tasca impropriamente (e ce ne sono), non hanno fatto nulla, comunque ben poco, per salvaguardare la loro diversità?

Lo scandalo della Regione Lazio – i contributi ai gruppi parlamentari speso allegramente, i vitalizi agli assessori esterni al consiglio ed altro ancora – ha fatto tirare un sospiro di sollievo altrove. C’è chi, per esempio in Sicilia, si è fatto la croce con la mano sinistra, tirando un sospiro di sollievo e benedicendo la propria preveggenza: di tutto si deve discutere meno che dell’autodichia e di trasparenza.

Si può continuare a distribuire prebende, privilegi e compensi esorbitanti impunemente, senza colpo ferire, perché tanto c’è l’autodichia: l’Assemblea regionale è la terza Camera, ha il parametro con il senato della Repubblica ed è una istituzione autonomista.

Il modo migliore per distruggere la sovranità dei parlamenti e l’autonomia speciale è quello di usare questi strumenti per fare quello che pare, distribuire un sacco di soldi e non doverne rispondere ad alcuno.

Ma la pacchia sta finendo, è una questione di tempo. C’è un sacco di gente incazzata in giro.