Torna a scrivere sul suo blog Nino Mandala’, condannato ad otto anni di reclusione in appello per associazione mafiosa e considerato dagli investigatori il capomafia di Villabate (Palermo). E sul web esprime, con un post datato 13 settembre, il suo parere sul 41 bis, definito uno “strumento di tortura” da abolire. ”Ho sperimentato sulla mia pelle cosa significa sollevare il problema relativo al regime del 41 bis per essere stato investito, quando ho affrontato l’argomento, da invettive, insulti e inviti a finire i miei giorni in un gulag” scrive, ma ”sono testardo e torno sull’argomento”.

“Mi rivolgo ai parenti delle vittime di mafia – dice ancora -. Di essi condivido lo sdegno e comprendo l’ira. A essi, se la Cassazione decidera’ in via definitiva che sono mafioso, chiedero’ perdono, ma ad essi sento di rivolgermi come a compagni di un medesimo viaggio. Ad essi dico che il loro desiderio di giustizia – aggiunge – e’ sacrosanto ma non puo’ confondersi con la voglia di sangue che il loro dolore e’ troppo nobile per sporcarsi col rancore e la vendetta”.

“I loro destini – aggiunge – servono a riscattare altri destini e ad essi chiedo di unirsi ai familiari dei carnefici dei loro cari per un atto di giustizia. Quando parlo di giustizia non intendo indulgenza nei confronti delle colpe e delle pene. A ciascuno il suo, ai colpevoli l’espiazione della pena, ai giusti la pretesa del rispetto dei fondamentali diritti umani. Il rigore dell’espiazione non deve essere frainteso e confuso con la tortura, l’espiazione deve procedere senza sconti ma avendo riguardo per la dignita’ del colpevole e dei suoi familiari”.

Per giustizia Mandala’ intende ”non certo il perdono da parte dello Stato che non puo’ abdicare al suo rigore”, ma evitare “la vendetta e l’accanimento nei confronti del reo al cui fianco mi piace immaginare la pieta’ della vittima che ben conosce la sofferenza e la sua insensatezza”. ”Vi e’ chi si richiama alla lezione Dei Beccaria, dei Montesquieu, dei Locke – chiede Mandala’ dal suo blog -, e sappia gridare che la pena non e’ afflizione e che non e’ ammissibile che esseri umani fatti della stessa carne di noi tutti subiscano l’inferno di una condizione intollerabile quale e’ quella del 41 bis reiterato ininterrottamente per decenni, senza alcuna considerazione per le mutate circostanze e per le nuove sensibilita’ nel frattempo maturate nell’animo dei detenuti? Non c’e’ dubbio che il 41 bis e’ un regime di tortura e che la sua applicazione e’ un vulnus del nostro sistema giudiziario”. Da qui l’appello alla ”coscienze libere” e agli ”uomini di buona volonta”’ perche’ ”si rivolgano alla associazione Liberarsi a Grassina (Firenze) che da tempo si batte in difesa dei diritti dei detenuti e assieme ad essa si intestino una battaglia per l’abolizione del 41 bis”.