Ho cercato di osservare con attenzione gli ultimi sviluppi della campagna elettorale e le dichiarazioni dei principali candidati alla Presidenza della Regione.

In particolare non potevo che ascoltare con attenzione quanto ha dichiarato in conferenza stampa il candidato, Gianfranco Miccichè, che si candida espressamente fuori dagli schieramenti “nazionali”  con un polo espressamente siciliano.

Queste settimane e questi mesi sono stati densi di confronti da parte delle forze politiche siciliane, autonomiste e indipendentiste, in un momento di crisi irreversibile del vecchio sistema politico italiano, e la voglia di scuotere il giogo si mescola alla naturale diffidenza di chi in passato, anche prossimo, ha avuto percorsi politici e pratiche di governo diversi da quelli oggi predicati. Ma sarebbe troppo ingenuo, e anche autolesionista, pretendere un azzeramento immediato di tutta la classe politica, ciò che non avverrà certamente, almeno in questa tornata, e proprio mentre sembra finalmente aprirsi una possibilità di incidere sul destino della Sicilia quale mai si era avuta dalla conquista dell’Autonomia ai giorni nostri.

Il discorso di Miccichè e dei suoi alleati, a cominciare dal Partito dei Siciliani, contiene due elementi di novità  troppo importanti perché possano essere nascosti:

il primo è dato dalla radicale rottura tanto con le segreterie romane, quanto con i cosiddetti schieramenti, di centro-destra e di centro-sinistra, ormai vuoti di significato e appaiati nel consenso supino agli interessi coloniali che incatenano la Sicilia, siano essi gli abusi e le arroganze leghiste a dir poco umilianti del centro-destra, siano essi i dogmi europei del rigore che conduce a morte sicura, tanto cari al centro-sinistra;

il secondo è dato dall’indicazione, per la Sicilia, della necessità di una politica economica finalmente e completamente indipendente, e da Roma e da Bruxelles: il “sogno siciliano” appunto.

Questi elementi li abbiamo sempre indicati come il punto di partenza per ogni possibile riscatto della Sicilia. Possiamo dunque fidarci?

Credo che, in particolare sui temi di politica economica, il candidato Miccichè, per scrollarsi di dosso ogni possibile accusa di trasformismo o di opportunismo, debba confermarci il carattere realmente nuovo, senza compromessi, della sua politica. Credo che debba impegnarsi con grande chiarezza su alcuni contenuti fondanti del suo patto con i Siciliani, affinché questo poi indirizzi, anzi, costringa l’attività di governo in questa direzione senza possibili inversioni di marcia.

Il sogno siciliano è di una Sicilia sostanzialmente indipendente da ogni condizionamento esterno. È un sogno che inseguiamo da secoli. Solo con la libertà verrà il benessere, lo sviluppo. Non dobbiamo pensare allo sfacelo economico e amministrativo che ci circonda ogni giorno per turare qualche falla qua e là. Questo sfacelo è frutto del fallimento di ogni concezione periferica e provinciale della Sicilia, in cui le decisioni che contano sono sempre prese altrove e queste decisioni stanno depauperando di risorse in modo irreversibile la nostra cosa pubblica, la nostra società, persino il nostro morale.

Dobbiamo pensare, completamente al contrario, quasi con una Rivoluzione Copernicana, in grande stile. Non dobbiamo pensare alla Regione come ad un’arida costruzione amministrativa, come a un “carrozzone” da gestire in qualche modo. Dobbiamo pensarla, come fu alle origini, come un vero e proprio STATO, confederato all’Italia e all’Europa, ma che decide la propria politica economica e finanziaria in modo realmente e completamente autonomo. Dobbiamo ricostruire dalle fondamenta questo nostro Stato.

Il Sogno Siciliano è una Repubblica (o quasi) al centro del Mediterraneo, luogo di prosperità, di innovazione, di pace, di progresso. Ma per far questo dobbiamo riattivare il motore dello Statuto, ormai quasi arrugginito per la troppa inerzia.

Dobbiamo riappropriarci della facoltà di istituire e di gestire tributi propri, sostitutivi e non aggiuntivi rispetto a quelli erariali. Spiegheremo in Europa che, se manteniamo nel medio termine i vincoli di bilancio e non accettiamo più, sempre nel medio termine, alcun trasferimento di parte corrente dallo Stato italiano, questo non sarà più classificabile come aiuto di stato, ma come la politica tributaria autonoma di un ente sovrano. Dobbiamo spiegare, o imporre addirittura, che il pareggio di bilancio nel brevissimo termine o il patto di stabilità applicato alle spese per investimenti, sono iatture per la nostra economia che noi semplicemente ci rifiutiamo di seguire.

Per far questo ci dobbiamo fare passare dallo Stato italiano, esattamente come prevede lo Statuto, tutta l’amministrazione statale, ma in particolare l’Agenzia delle Entrate e in genere tutta l’amministrazione finanziaria periferica, perché sino a quando sarà lo Stato a incassare i tributi al posto nostro, potrà  dilazionare i trasferimenti in modo da ricattarci ogni giorno. Fino ad allora sarà come se il Continente tenesse la manopola del rubinetto dell’acqua di casa nostra. In questo modo non sarà possibile nessuna Autonomia e nessun Sicilianismo.

Noi, come Regione, abbiamo presentato allo Stato una piattaforma finanziaria, sulla quale non abbiamo avuto alcuna risposta, e questa era finanziariamente neutrale, cioè pienamente sostenibile. La differenza rispetto ad oggi è che, con quella piattaforma, finalmente saremmo autonomi e nessuno potrebbe imporci le sue politiche distruttive e dissennate.

Lo Stato non ci ha risposto. O, meglio, ha fatto rispondere la stampa con un’aggressione fondata su di una inesistente possibilità di default della Sicilia che, a ben vedere, o non esiste o è determinata esclusivamente dal comportamento totalmente sleale dello Stato stesso.

Siamo pronti ad un confronto totale con lo Stato su questi temi, avendo il Popolo dietro?

Come fa l’Italia a dirci di no se diciamo di voler fare da soli?

Ma  a questo tema fiscale, che qui semplifico peraltro, ne vanno aggiunti molti altri, sempre in linea con quanto previsto dall’impianto confederale dello Statuto, che va seguito punto per punto, se non nella lettera, quando la previsione di alcuni istituti non è più corrispondente a quelli vigenti, certamente nello spirito, che è invece chiarissimo e attualissimo.

A solo titolo di esempio, per non farla troppo lunga, siamo disposti a riprenderci tutto il demanio e il patrimonio statale in Sicilia, ivi comprese tanto le infrastrutture a rete (autostrade, elettrodotti, etc.) quanto le fonti di energia, anche quelle delle acque territoriali?

L’energia è nostra. Il petrolio è nostro. Il demanio, ad eccezione di quello militare e di poche individuate eccezioni in cui deve essere dimostrata la natura “nazionale”, sono nostre. Siamo pronti a prenderci tutto?

Lo spirito dello Statuto è chiarissimo. E per superare le illegittime sentenze abrogative della Corte Costituzionale non c’è che una via: la riattivazione dell’Alta Corte, mai abolita del resto.

Capisco che non si potrà ottenere tutto il 29 ottobre, ma nel corso di una legislatura, con le elezioni politiche di mezzo, forse sarà possibile, ivi compreso la regionalizzazione degli interni e della polizia, previste dagli articoli 15 e 31 dello Statuto. Dimostreremo all’Italia che non siamo “noi” quelli che fanno trattative con la mafia, che noi la mafia l’abbiamo sempre subita e che da soli sapremmo liberarci di questo cancro che non a caso è esploso in Sicilia dal 1861.

Con queste prerogative, andando a Bruxelles a negoziare le nostre prerogative statutarie, anche impegnando l’Italia a lottare per inserire un “protocollo ai trattati” sul nostro Statuto (altrimenti come difenderlo?), potremo sottrarci, anzi “dovremo”  sottrarci alle politiche deflattive che ci conducono alla morte.

La Sicilia ha bisogno di una vera e propria frustata all’economia, con politiche keynesiane attive. Le spending review, solo nei casi veramente abnormi devono servire a ridurre la spesa. La spesa non deve essere ridotta, deve essere riqualificata a favore dello sviluppo. L’economia siciliana ha bisogno di domanda, non di tagli. Chi dice, anche fra gli attuali candidati, che il “buon governo” è fatto di tagli o è in malafede e ha già venduto la Sicilia a chi sta sopra di lui, o non capisce nulla di economia ed è un irresponsabile da mandare a casa.

La Sicilia ha bisogno di politiche eccezionali, con strumenti innovativi ed eccezionali, e dobbiamo prenderceli con la negoziazione, con l’astuzia o con la forza. Non possiamo, per fare un solo esempio, far chiudere tutte le aziende di autotrasporto, facendo cessare un servizio pubblico essenziale, perché l’Europa o l’Italia non ci concede quello che è un nostro diritto e cioè quello di detassare, dove necessario, il costo del carburante. Noi questi diritti dobbiamo prenderceli o moriremo tutti.

Noi non possiamo adottare una “soluzione finale”  per 50000 precari (e quindi 50000 “famiglie” non “individui”) e sentirci politici responsabili solo perché l’Italia o l’Europa non vogliono che emettiamo dei “buoni spesa”, valevoli solo nell’Isola e per prodotti siciliani, che costituiscano un insostituibile strumento di assistenza sociale, magari cartolarizzando i crediti, ingenti, che vantiamo proprio nei confronti dello Stato italiano. Non vogliono? Noi mettiamo nella tasca dei Siciliani denaro e strumenti di pagamento, poniamo dei limiti alla tassazione, in particolare sull’energia, aboliamo l’IMU sulla prima casa e poi vediamo chi ha il coraggio di sfidare un popolo intero di 5 milioni e passa di abitanti, più grande della maggior parte delle nazioni europee.

Noi dobbiamo essere palestra per una nuova economia, aperti al mondo, anche al di fuori del ristretto mondo “occidentale”, dove siamo condannati a fare gli ultimi della classe con il cappello d’asino sulla testa. Non mancano gli ingegni e le idee, se necessario le facciamo venire da fuori.

Dobbiamo stare attenti anche con le “privatizzazioni”.  È un discorso complesso e scivoloso. Stiamo attenti, attentissimi a che non si traducano in una svendita coloniale in cui si regalano a privati, magari esterni, cespiti produttivi in regime di monopolio che servono solo a impoverire la nostra Terra, ad aumentare le tariffe e peggiorare il servizio.

Noi siamo proprietari della nostra società di riscossione, “Riscossione Sicilia”. Perché non ridefinire le norme di riscossione in modo da ristabilire un rapporto equo tra contribuente e amministrazione finanziaria? Insegniamo all’Italia che non esiste solo il modello Equitalia, degno dello “Sceriffo di Nottingham”. Possiamo essere un modello che ridà ossigeno, fiato, alle imprese, soprattutto alle piccole, oggi disperate, e quindi possibilità di lavoro e reddito per tutti.  Aboliamo il “redditometro” in Sicilia o, in alternativa, rendiamo il prelievo tributario sostenibile.

Insomma il Sogno Siciliano è a portata di mano, ma dobbiamo usare con coraggio le prerogative che abbiamo. Su questo non solo io, ma gran parte del mondo politico, economico e sociale siciliano potrebbe convergere.

Non sarà certo facile. Il primo anno dovremmo prendere provvedimenti eccezionali secondo una strategia di emergenza concordata. Dobbiamo dire ai Siciliani che gli errori del passato ci condizioneranno a lungo. Forse non potremo dare loro subito i servizi che meriterebbero. Ma, con qualche sforzo, sulla sanità e sull’istruzione potremmo puntare presto le risorse disponibili e quelle che si libereranno via via. Che nessuno ci venga a dire più da Roma se dobbiamo tagliare questo o quell’ospedale o quante cattedre vengono decapitate ogni anno. Coi nostri soldi, e con i nostri strumenti di finanza pubblica, se teniamo i conti in ordine possiamo fare ciò che vogliamo.

La Sicilia ha puntati gli occhi su queste elezioni, e l’Italia ha puntati gli occhi sulla Sicilia. Ci persuada che è  questa la vera posta in gioco, sul piano dei contenuti, e mi lasci dire che in tal caso la contesa elettorale, se questo messaggio passerà, può già considerarsi conclusa.