(essepì) Che Sicilia è quella di Daniele Ciprì? Grottesca e crudele, povera e infelice, sordida e disgustosa? O vittima sacrificale dell’ingiustizia che imperversa nel mondo, ma capace di dignità e purezza? O l’una e l’altra insieme?
Stavolta la risposta non è una sola.
Daniele fotografa la realtà che osserva da sempre. Come ogni artista o grande artigiano. Nel suo film, “E’ stato il figlio”, tratto da una storia di Roberto Alaimo (dura da digerire), la Sicilia è metafora del mondo offeso, ed il suo protagonista – uno straordinario “siciliano” – Tony Servillo, è l’icona del patriarca sconfitto, cui non spetta niente in vita e niente in morte.
Non vi racconterò la trama del film, non descriverò vicoli, case, frammenti della Palermo ambientata in Puglia (Peppuccio Tornatore raccontò Bagheria a Tunisi, non sorpendiamoci), o i volti di una famiglia povera e brutta – i cui tratti rimandano al grande cinema italiano del neorealismo, da Vittorio De Sica (Miracolo a Milano) a Tornatore (Nuovo cinema paradiso), e di Fellini (La dolce vita) – ma cercherò di comunicare alcune sensazioni suscitate da sequenze, a mio giudizio, indimenticabili.
Il patriarca, Tony Servillo, cerca di sbarcare il lunario, procurandosi ferro e rame dalle carcasse di nave affondate. Lo aiutano il figlio, devitalizzato dalla condizione di indigenza e di ignoranza, e il nonno, vivo solo quando racconta favole al nipote.
Il ritorno a casa, che nel film, viene proposto tre volte, è un fermo immagine di rara efficacia che regala all’opera di Daniele Ciprì, con la complicità piena di Servillo, una pagina nella storia del cinema italiano. I tre uomini – tre generazioni di siciliani indistinguibili per sorte– attraversano il dosso di una arteria deserta, che forse collega la città al suo ghetto urbano: il patriarca Servillo è in testa al gruppo, una decina di passi dietro a lui cammina il figlio ventenne e ancora più indietro il nonno innamorato di Colapesce e di Giufà.
Tony Servillo trascina le sue gambe, ma i suoi occhi non guardano mai a terra, va a testa alta. La camminata è incerta, solitaria ed affollata, ma la voglia di guadagnare strada è inequivocabile. È il ritorno a casa, all’infame condizione cui la sorte lo condanna, o la disperata inesprimibile voglia di uscire da quell’inferno?
Sarà la sorte a deciderlo. Non ci sono né parole né pensieri consapevoli in questo atteggiamento ambiguo, solo un tratto di strada vuota, fotografata insistentemente, e le tre anime morte che aspirano alla resurrezione senza averne coscienza.
Allorché Daniele Ciprì mostra in primo piano il patriarca, è la fierezza di quel volto sciancato dalla sventura che arriva agli spettatori, ma quando il regista se ne allontana resta la solitudine, il silenzio, l’ineluttabilità di ciò che accade.
Solo una volta, il patriarca proverà un moto di ribellione, mandando a fare in culo lo strozzino che stringe attorno al collo il cappio dell’ultimo prestito, ma è il frammento di vita per il resto suddita di ciò che è e non potrebbe essere altrimenti.
L’autorità del patriarca fra le mura di casa si spegne irrimediabilmente appena appena chiuso l’uscio alle spalle.
Ma sarà proprio la casa, la famiglia, in cui crede di regnare, a tradirlo per amore e per forza, strappandogli quel briciolo di dignità che ogni essere umano, da vivo o da morto, merita per il fatto di essere nato.












Un commento a "L’ultimo miglio del patriarca sconfitto, nella Sicilia che c’è"
Film molto bello, originale come sempre Ciprì, cast eccezionale e un Toni Servillo da oscar.