È opinione diffusa che le regionali siciliane costituiscano un banco di prova delle elezioni politiche nazionali. Sia perché misureranno le forze che si contenderanno il governo del Paese, sia per il presunto condizionamento sulle future alleanze. In particolare quelle del centrosinistra, considerato che in Sicilia Pd e Udc corrono assieme e il loro eventuale successo potrebbe mettere all’angolo la foto di Vasto, comunque già ingiallita per le posizioni demagogiche dell’Italia dei Valori, o l’intesa tra Pd e Sel. Si dice pure che se dovesse spuntarla Musumeci, sostenuto dal centrodestra, il Pdl avrebbe una spinta verso una risalita ritenuta sino a pochi mesi fa improbabile alla luce degli esiti delle recenti amministrative,
Ma è davvero così? Quanto influiranno i risultati della contesa siciliana sulle vicende nazionali? A mio parere poco. Per una ragione semplice e complessa nello stesso tempo. E cioè per la specificità del voto siciliano. Specificità, intendiamoci, non legata alle dinamiche delle alleanze in campo o alla presenza di coalizioni ispirate da istanze autonomiste. Ma determinata, storicamente e sociologicamente, dalla connotazione del consenso elettorale in Sicilia. Connotazione marcatamente clientelare.
Ciò che ha pesato, per lunghi decenni, nelle scelte dei siciliani è stato il richiamo clientelare. Il voto clientelare nella nostra terra è stato decisivo, mentre quello di opinione ha avuto un rilievo marginale. Si dirà che anche altrove, e soprattutto in altre regioni del Meridione, il fenomeno clientelare ha assunto proporzioni significative. Ma, per quanto diffuso, non è stato così determinante negli esiti elettorali come in Sicilia.
I siciliani, nel corso della loro travagliata storia, hanno subito dominazioni caratterizzate quasi sempre da cattiva amministrazione e da arroganza. Hanno sì provato a ribellarsi, senza però mai mostrare una sufficiente coesione, e le loro rivolte sono state il più delle volte soffocate. Ciò ha generato in gran parte dei siciliani un rapporto col potere di assuefazione e di complice asservimento. Invece di contrastare chi sperperava i beni della loro terra la maggioranza dei siciliani ha ritenuto più comodo patteggiare con i cattivi amministratori accontentandosi, in cambio della non belligeranza, dei loro favori. Vero è che le manifestazioni di avversione e di insofferenza al potere in Sicilia non sono mancate, ma sono state episodiche e, soprattutto, non sorrette da solida organizzazione. Di conseguenza è prevalso nei siciliani lo scetticismo nei confronti delle istituzioni politiche e delle ideologie e, di contro, l’inclinazione ai rapporti amicali, personali. Sebastiano Aglianò, grande indagatore dell’anima siciliana, osservava nel suo ‹”Che cos’è questa Sicilia?” che il siciliano preferisce “un sistema di aiuti reciproci che la legge ufficiale ignora. Quindi le raccomandazioni, l’efficacia della ‘persona influente’, l’aria di protezione che hanno i ‘pezzi grossi’”.
Detto ciò, è da presumere che anche in questa tornata elettorale il condizionamento clientelare sarà rilevante. Resta però un incognita: quanto inciderà sulle promesse clientelari la crisi economica?. La penuria di risorse e la mancanza di prospettive occupazionali rendono poco credibili le “offerte” dei politici e i politici godono sempre di minore considerazione e fiducia. Questa variante potrebbe far registrare clamorose debacle in politici da tempo in auge grazie a un collaudato sistema clientelare. Se ciò dovesse verificarsi, le intese che in questi giorni si perfezionano da parte dei candidati alla carica di governatore con esponenti dotati di considerevoli bagagli di consensi pronti a cambiare casacca con disinvoltura si rivelerebbero degli autentici boomerang.











