Si accende il dibattito sulla nuova legge elettorale tra i partiti che sostengono il governo tecnico di Mario Monti può condurre ad una crisi politica. E, d’altra parte, non potrebbe essere diversamente, considerato che costituisce un aspetto fondamentale della vita democratica: i meccanismi che regolano la rappresentanza.
Ciò avviene a causa della circostanza che i sistemi elettorali in Italia si approvano non con leggi costituzionali ma con quelle ordinarie, a maggioranza semplice, poiché i nostri padri costituenti commisero l’errore di non attribuire al parlamento la scelta delle modalità di voto, inserendo nella Costituzione solo il numero di senatori e deputati da eleggere.
E’ lecito osservare che su di tema fondamentale per la vita politica non si può operare a maggioranza, ma è necessaria il più largo consenso, come del resto sulle riforme alla nostra Carta fondamentale, evitando quanto è avvenuto nel 2001, governo di centrosinistra, sulla modifica del Titolo V in materia di decentramento istituzionale, e nel 2010, governo di centrodestra, sul federalismo fiscale.
E’ stato opportunamente evidenziato a tal proposito, che le regole generali di una comunità devono essere ampiamente condivise e che per il nostro sistema istituzionale sarebbe opportuna una revisione integrale della Costituzione, attraverso un’assemblea costituente sul modello di quella del 1946, proposta rilanciata dal leader socialista Riccardo Nencini, che affronti seriamente il nodo del rapporto tra rappresentanza politica e rappresentati e, quindi, senza cortine fumogene, con al centro il tema della sovranità democratica, vulnerata dalla finanza globale e dalla tecnocrazia.
Le ragioni per mettere mano alla riforma della Costituzione sono infatti evidenti, poiché a più di sessanta anni dalla sua approvazione sono emerse questioni del tutto nuove, si pensi a quelle dell’informazione, dell’immigrazione, del segreto di Stato, dell’introduzione di una moneta sovranazionale, con la cessione all’Unione europea di quote di sovranità e sullo sfondo la mondializzazione dei capitali, del contrasto alla rendita parassitaria del ceto politico, della sicurezza dei cittadini, dell’equilibrio tra i poteri, in primo luogo tra quello giudiziario e la rappresentanza politica, di una giustizia efficace e garantista per le persone.
Un’Assemblea Costituente o un Parlamento con poteri costituenti, espressivi di un sistema elettorale che riduca al minimo l’indice di distorsione, e quindi di tipo proporzionale puro, memore dell’appello lanciato da Giuseppe Saragat, presidente dell’Assemblea, con il discorso inaugurale alla Costituente il 24 giugno 1946: “se vi porrete su questo piano, le divergenze ideologiche che possono sussistere tra di voi si concilieranno nell’ambito dei diritti imprescrittibili della persona umana e delle società naturali in cui essa vive (…) avendo presente che la democrazia si crea nella misura in cui la separazione fra il popolo e l’apparato dei pubblici poteri progressivamente scompare”.











