Negli anni ’50, in mezzo al gruppo di corridori che faceva su e giù per l’Italia, spuntava sempre il classico saluto “Ciao Mama“. Lo scrivevano i ciclisti e lo esibivano davanti alle telecamere. Folclore e ignoranza, nel cuore del Giro. Un cartello che era un po’ lo stereotipo dell’italiano impegnato lontano da casa. I ciclisti si sono evoluti. Sanno scrivere, trascorrono molto tempo su Facebook e Twitter. E decidono di partecipare al Giro di Padania. In molti, nel gruppo, la definiscono una importante new entry nel calendario, e se vengono interrogati sul nome scelto dagli ideatori di questa corsa, spiegano che è legato ai territori attraversati.
Il percorso in effetti transita in una regione inesistente, la Padania, appunto. Si corre nella “settimana santa” dei leghisti, quella del rito dell’ampolla dalle sorgenti del Po a Venezia. Il leader indossa la maglia verde. La corsa è finita, ha vinto Nibali, messinese, soprannominato lo Squalo dello Stretto. Si è imposto nella tappa regina, sul redivivo Davide Rebellin, veronese doc, che a 41 anni suonati è tornato competitivo sui tornanti di casa.
Un siciliano che trionfa nel Giro della Padania. Una corsa vera, verissima, a tutti gli effetti, con un parco partecipanti di tutto rispetto. Una gara a tappe, nata da un’idea politica, per motivi politici e di propaganda, sponsorizzata da politici leghisti. Un anno fa, era la prima edizione assoluta, vinse Ivan Basso. Fu insultato per aver vinto. Una corsa da abolire, per molti, perché divide. Nibali ha zittito tutti. Perché alla fine nessuno è profeta in patria.












