Più che farsi apprezzare per le buone pratiche, ci sono uomini politici che vivono della delegittimazione altrui: l’insulto è più redditizio delle idee, delle opinioni, i progetti, programmi, intenti. Chi combatte la violenza criminale, usa la violenza verbale per comunicare le buone ragioni della sua scelta: il municipio, come il palazzo di giustizia o la questura,  si trasforma in una postazione antimafia, una trincea assediata, un caposaldo, e gli avversari politici diventano “presunti” mafiosi. Dalla mafia che non c’è si è passati alla mafia che c’è ovunque: nel piccolo truffatore, nel ladro di passo, nell’amministratore corrotto, nell’imbonitore, nel malandrino. Così non si capisce niente e i nuovi boss possono passeggiare nel banco di nebbia indisturbati.

Dagli anni settanta ai nostri giorni, la grande offensiva dello Stato contro la mafia ha sopportato l’uso della mafia e dell’antimafia come strumento di lotta politica. E il sospetto è diventato l’anticamera della verità. In molti casi, gli inquirenti sono stati arruolati, a loro insaputa talvolta, da una parte o dall’altra.  La “nuova destra” populista infiltrata nel centrosinistra, come l’ha definita il direttore di Repubblica, Ezio Mauro, cavalca l’antimafia, raccogliendo l’eredità di una sinistra scettica (della democrazia)  che aveva trasformato il garantismo in un atteggiamento ruffiano verso il crimine organizzato.

L’Italia è stata ingovernabile anche per questo: è stata la culla dell’insulto, della delegittimazione dell’avversario, della sua demonizzazione. Il conflitto fra il mondo sovietico e quello occidentale, comunismo e capitalismo, Democrazia cristiana e sinistra, ha reso per mezzo secolo la democrazia italiana irrespirabile. La Seconda Repubblica ha avuto nel berlusconismo e nell’antiberlusconismo la prosecuzione della contrapposizione violenta.

E oggi? Invece che confrontarsi sulle questioni si manda “affanculo” l’avversario, facendo di tutta l’erba un fascio. L’insulto, cattivo e incivile, diffida della ragione e, in definitiva, della “massa”. L’insulto “vince” a Milano e a Palermo, è una bandiera sventolata al Nord e al Sud, con il dito medio da Umberto Bossi nel varesotto, con le invettive da Leoluca Orlando a Palermo. Italia unita dall’insulto, e il superamento delle barriere culturali: il rozzo ragionier Bossi e il colto professore palermitano si trovano, nell’insulto politico, dalla stessa parte. Non si salva nessuno, da Roma ladrona allo Stato mafioso, da Giorgio Napolitano a Giovanni Falcone.

Per quel che abbiamo fin qui sperimentato, la campagna elettorale per il rinnovo dell’Assemblea regionale siciliana pare sollecitare lo schiaffo all’avversario piuttosto che il confronto, e alimentare il manicheismo, l’arte antica di collocare in un luogo riconoscibile il Male, abitato dagli avversari. Ci sono, è bene ricordarlo, leaders e candidati che privilegiano la sobrietà, il civismo e la buona educazione. Qualità di cui, crediamo, si debba tenere gran conto.

Ma ci sono i campioni della morte presunta dell’avversario: mirano all’annientamento dell’uomo piuttosto che alla sua sconfitta politica. Una idiozia, perché il nemico – vivo e vegeto – ovunque si trovi, al governo o all’opposizione, rimane un interlocutore ineludibile nell’attività istituzionale.

Ci è stato detto e ripetuto che le ideologie hanno bisogno del nemico, ma una volta rinchiuse nel ghetto, la demonizzazione dell’avversario non è scomparsa, semmai si è incattivita. Sono nati perfino dei giornali che rinunciano alla notizia per scavare la fossa al nemico. Annunciano il fallimento della Sicilia in prima pagina nel giorno in cui si sarebbe dovuta raccontare l’ecatombe di bambini morti in una guerra civile.

Affrontando il tema in un articolo su la Repubblica, Carlo Galli ricorda che si tratta di una pratica vecchia come il mondo: Achille e Agamennone per delegittimarsi come capi si insultano come uomini (“tu hai lo sguardo del cane e il cuore del cervo”).

Insultando l’avversario, il nemico muore anche quando resta saldo sulla sua cavalcatura, come quel cavaliere che colpito da Orlando, non accortosi della ferita, “andava combattendo ed era morto”.

Carlo Galli crede che la cattiveria dell’insulto sia esercitata dagli outsider e dai populisti, e che l’odio e il disprezzo per l’avversario si nutra di infantilismi e parolacce in egual misura: una strategia comunicativa povera, segno di “piccola politica, piccoli tempi, piccoli uomini, piccola democrazia”.