Ho ripensato a Millet e Breivik, leggendo dell’ennesima tragedia nel mare di Lampedusa, taciuta e già rimossa. Non c’è, a dettar scandalo, l’eccezionale violenza di un assassino o della penna che ne traduce in significati culturali le gesta sanguinarie.
L’ Europa che teme l’immigrazione perché si sente vuota, ignora le tragedie del mare. Non hanno, le immagini dei disperati, nulla di spettacolare e nulla di scandaloso. Vestono di stracci, come ai tempi dei Normanni: annegano se il mare è mosso, si salvano se è il mare è calmo.
In mezzo, fra la miseria e la morte, c’è Lampedusa, uno scoglio arido esteso tutt’intero meno di una comune cittadina, gettato dall’ Africa verso l’ Europa e lì rimasto. Vivono, i lampedusani, di una realtà sospesa, nell’attesa delle navi dal mare.
Le notizie parlano dell’ennesimo naufragio di un barcone, circa 150 cinquanta persone a bordo, morti e sopravvissuti, cifre che saltano perché nessuno ha identità, come la donna incinta salvata dall’aqua , come i morti andati fra gli abissi.
Se Breivik, dalla civile, ricchissima Norvegia, è per uno dei massimi letterati europei l’incarnazione di una frontiera, quella della disperazione e del male, io credo che l’estremo sud di Lampedusa e dei suoi anonimi lampedusani, sia l’incarnazione letteraria dell’ultima speranza e dell’ultima bellezza.
E’ in questa piccola briciola del continente europeo, che si compie la materialità dell’unica tensione spirituale di cui l’occidente possa scaldarsi. Non scrive di questo, Millet, e non ne scrive nessun narratore occidentale, se non scadendo nella retorica e nella commiserazione. L’ Europa, del Mediterraneo, non sa nulla. La crisi ha generato paure e nevrosi, e in preda a questa degenerazione l’ Europa canta la sua decadenza, ignorando di aver rimosso dal suo io – economico, politico, sociale e culturale – le frontiere meridiane, gli accadimenti della mite e lontanissima culla mediterranea.
Se un’idea di Europa è nata, è nata fra queste onde e queste migrazioni. Cercare una radice altrove, porta l’impossibilità di trovarla autentica.
Altrove, a Berlino, a Parigi, a Milano, si discute dell’irrealtà che abbiamo eletto: spread, mercato, unificazione, strategie finanziarie, occupazione.
Nell’isola di Lampedusa, semplicemente, si compie il destino della terra Si muore annegando e si vive restando a galla. Le donne partoriscono bambini senza nazione. Si finisce accolti da mani amiche, sfamati da pezzi di pane. Si muore giovani o si raccontano avventure. Ci si guarda in faccia fra nuovi e vecchi, e non si scorge differenza. Come nella Grecia di Aristotele, tutti sanno che ci saranno nuovi padroni e nuovi schiavi, perché così è stato ordinato il mondo. Tutta la crudeltà della natura e dell’umanità, e tutta la possibilità di un cammino, si compie fra le onde e fra la roccia.
Parafrasando Shakespeare, se la Sicilia è la sintesi del mondo, Lampedusa ne è aforisma..
Non è un caso che l’ Elogio letterario di Breivik o i romanzi di Houllebecque nascano in Francia e per di più a Parigi. E’ in salotti del genere, che ci si può stupire, e perfino appassionare, alla banalità del male compiuto.
Lampedusa e la Sicilia, non sono invece, terre avvezze allo stupore. Qui tutto e successo e poi di nuovo, capovolto. La morte sta alla vita e questo e quanto. Il nichilismo che oggi spaventa, accompagna i siciliani dalla notte dei tempi, senza rumore.
Il distacco incatena e libera l’umanità isolana. L’islamofobia della Francia di Millet o della Norvegia di Breivik, qui, non ha peso.
Il multiculturalismo in Sicilia d’altronde, non esiste, come mai è esistita una cultura, ma da sempre le culture, intrecciate e rifiorite nell’epica delle dominazioni, del ciclo ottuso di vincitori e vinti.
L’incubo identitario che in Europa alimenta deliri e paranoie crepuscolari, nel Sud del Sud è risolto nel sogno: stuprata più volte della sua identità, e dunque ad essa indifferente, la Sicilia vive l’amnesia come un’appartenza radicale e inafferrabile; proprio in questa mancanza, il siciliano ritrova, per chissà quale alchimia, nient’altro che se stesso, la verità segreta che Sciascia chiamò sicilianità o sicilianitudine. Una storia di storie che affascina e smarrisce senza mai porre alla coscienza la soluzione del bene o del male.
La voglia di sopravvivenza culturale dell’ Europa, questa disperata necessità di affermazione culturale, è più sinceramente, una contraddizione.
Finchè sarà la storia di Breivik a meritare dignità di pagina ed elogio letterario, il cerchio resterà incompiuto. Più profondamente, l’ Europa giustifica la rimozione del Mediterraneo muovendo sull’ennesimo calcolo da mercante. Rispetto al nord europeo, la Sicilia è povera, non è efficiente, non è moderna: in una parola, è diversa. Sembra quindi, non meriti discorso.
Ma se la cultura europea davvero è giunta al buio di temere ossessivamente l’ Islam da sempre accanto, venga umilmente a illuminarsi delle parole di Abu al-Hasan e dei poeti arabi che l’ isola perduta, fatta giardino, ha ispirato e accolto.
Venga l’ Europa a dar significato all’ isola di Lampedusa e alla straordinaria umanità dei suoi cittadini, della storie taciute che si affrontano ogni giorno lontano dagli occhi e dalle opinioni.
Capirebbero che proprio a Lampedusa, si sognano giardini e non prigioni.











