La Corte dei Conti sta sfogliando l’elenco dei consulenti nominati dal governo nel corso della legislatura per sapere se siano stati commessi abusi, si sia speso troppo e senza ragione. Il presidente dell’Associazione degli industriali siciliani, Antonello Montante, ha chiesto ai parlamentari regionali di rinunciare per due mesi al loro stipendio per pagare i fornitori, cioè le imprese che hanno ricevuto commesse e svolto lavori per la Regione e non sono state pagate con grave danno per la loro attività.

Sono entrambi buoni argomenti per la campagna elettorale: sia l’indagine contabile quanto la richiesta di Montante, infatti, però, difficilmente cambieranno il corso delle cose. Non è la prima volta che la Corte dei Conti mette mano al fenomeno, ed è cambiato poco. Le ragioni sono semplici: le “marchette” della politica  pagate attraverso le consulenze, sono una prosecuzione di costumi clientelari presenti fin dal primo vagito dell’Assemblea regionale e del governo della Regione in Sicilia. Solo che oggi, come capita per le malattie che prima non avevano appeal, guadagnano la ribalta: ma, attenzione, le consulenze gettate in pasto all’opinione pubblica sono quelle da quattro soldi. Gli elenchi offerti dai giornali, ospitano talvolta nomi e cifre che non fanno per nulla scandalo,  mentre ci sono prebende e privilegi che durano tutta la vita e costano una barca di quattrini, vengono tollerati e restano “in famiglia”, dove si stabilisce un’equa partecipazione. Ci sono incarichi professionali che raggiungono cifre stellari, di cui si sa poco o nulla.

Non solo: le consulenze e le “paghette”della Regione  arrivano sui quotidiani, grazie alle regole di trasparenza, mentre quelle che vengono elargite, sotto forma di collaborazioni e commesse, dall’Assemblea regionale (e sue ramificazioni), restano arcana imperii e non c’è verso di averne documentazione.

Infine, e non è roba di poco conto, la Regione siciliana non è affatto in testa alle spese per consulenze, come documenta il monitoraggio del Dipartimento ministeriale che si occupa di spending review, e i consulenti vengono nominati e “rinominati” ogni tre mesi, sicché lievita il numero, ma non la spesa.

In definitiva, il problema c’è, ma viene affrontato in modo parziale e limitato, lasciando fuori l’ampia fascia dei rapporti professionali, del managment e dell’area “parlamentare”, dove è praticamente impossibile ottenere una documentazione (e non comunicati stampa) sulle decisioni che incidono pesantemente sui costi dell’assemblea. Non sarebbe il caso di darci un’occhiata?

L’appello di Antonello Montante ai deputati regionali –  dateci due mesi dei vostro stipendio – non c’entra niente con le consulenze, ma c’entra con la mancanza di soldi della Regione. E’ una provocazione, d’accordo, fatta da un uomo avveduto e al vertice di una categoria che sente in modo lancinante le “sofferenze” bancarie create dai ritardi dei pagamenti delle forniture, e come tale va accolta. E’ una provocazione utile a scuotere le istituzioni e la politica? O, finisce con il tramutarsi in una sorta di depistaggio, certo non voluto, rispetto ai problemi veri: i costi della politica, la trasparenza, la qualità dell’attività legislativa?

La provocazione fa notizia, è vero, mentre una analisi degli sprechi della pubblica amministrazione, la richiesta di trasparenza viene ospitata nelle pagine interne, con un titolo a due colonne.

La risposta di un assessore regionale, positiva, a Montante  – “giro” due mesi di stipendio ai fornitori - , trasforma l’iniziativa  in una patetica rappresentazione che non merita affatto l’attenzione concessa dai media. Si finisce con il lasciare in secondo piano le questioni che impoveriscono e fanno fallire le imprese: e cioè il patto di stabilità che “tratta” tutti allo stesso modo (come se i bisogni fosseri uguali), gli sprechi che non divengono mai oggetto di contestazione forte e determinata, il sistema bancario che affama le imprese per investire in settori più redditizi.

Forse occorre voltare pagina, a cominciare dagli imprenditori e dalle organizzazioni sindacali. Che non hanno certo responsabilità dirette ma ne hanno, eccome, indirette. Per esempio nella scelta delle questioni da proporre alla “controparte”.