di Antonino Cangemi -

E’ un segno dei tempi: si scrivono sempre meno storie d’amore e sempre più noir. Anche in Italia. Il trapanese Giacomo Pilati fa eccezione. Con “Minchia di re” (“Viola di mare” nella trascrizione cinematografica di Donatella Maiorca) ci ha raccontato l’amore omosessuale di due donne nella Sicilia di fine Ottocento. Con “Sulla punta del mare”, da poco in stampa per i tipi di Mursia, ci offre un romanzo che ha al centro, ancora una volta, la passione dell’amore. Quella che unisce e travolge, spingendoli sino al delirio, George, poeta inquieto girovago tra l’America e la Sicilia, e Laura, siciliana fulminata dai dardi di Cupido.

Pilati trae ispirazione da una storia vera che ebbe come protagonisti, a partire dagli anni Sessanta e per un trentennio, Nat Scammacca (George) e Nina Di Giorgio (Laura).

Nat Scammacca, nato a Brooklyn nel 1924 e morto a Erice nel 2005, è stato un singolare poeta siculo-americano legato alla Beat Generation e alla stagione dell’impegno civile che ebbe espressione in Sicilia nell’ “Antigruppo”, un movimento nato come reazione al “Gruppo 63″, avversato per lo sperimentalismo giudicato fine a se stesso, e in contrapposizione alle accademie letterarie ufficiali. L’ “Antigruppo”, di cui Rammacca fu uno dei fondatori, predicò una poesia immersa nel sociale che, ripudiando l’industria editoriale, veniva diffusa principalmente con mezzi immediati e popolari, tra essi il ciclostile e i recitals in piazza. All’apice negli anni Settanta, l’”Antigruppo” raccolse voci significative ( Terminelli, Apolloni, Calì, Diecidue) e tenne vivo il colllegamento con autori del panorama nazionale quali Zavattini, Roversi, Bettarini. Nat Scammacca, tra i numerosi poeti di quel movimento, fu il più originale per l’identità, non solo letteraria, divisa tra due continenti. Ed è proprio la dualità dell’anima di Scammacca, un po’ americana un po’ siciliana (siciliani erano i suoi genitori), a rendere travagliato sino al paradosso il suo legame con Nina Di Giorgio.

Naturalmente Pilati dà una coloritura romanzesca alla sua storia d’amore, di per sé di rara intensità, e alle vicende comunque estreme della sua esistenza. Nel romanzo George, dopo aver sposato Laura – entrambi follemente innamorati – e aver vissuto in Sicilia, si accorge di essere rimasto prigioniero in un terra ammaliatrice che soffoca la sua ispirazione di poeta e il suo spirito di libertà. Decide pertanto di tornare in America per assecondare la natura restia a ogni forma di costrizione con la promessa di rimettere piede in Sicilia al più presto. Laura accetta per amore di privarsi temporaneamente del suo uomo. Ma giunto in America George si immerge nella realtà, a lui più congeniale, del “Nuovo Continente”, dimentica Laura, vive storie di sesso con altre donne sino a quando non si innamora di Ellen. A questo punto la contraddizione di un’anima lacerata – due amori, due continenti – esplode in George nella schizofrenia; mentre Laura sprofonda in una cupa depressione. Sottoposto, in una clinica per malati di mente, ad atroci terapie George riesce a guarire e risolve il suo contrasto interiore ritornando in Sicilia e ricongiungendosi con Laura. Non lascerà più quella terra lambita dal mare e, divenuto vecchio e malfermo, detterà alla donna che più ha amato e che più lo ha amato il racconto in versi delle sue peregrinazioni.

“Sulla punta del mare” è un romanzo a due voci ( quelle di George e di Laura si alternano nei brevi capitoli) così avvincente da leggersi tutto di un fiato e da rimanere a lungo nella memoria. Ultima notazione il richiamo omerico del proemio dell’”Odissea” nella pagina che precede l’incipit. Assai pertinente: in fondo George-Nat è un novello Ulisse.