Sceglie la terza o la quarta fila, ma non c’è chi non si accorga che è arrivato ed ha preso posto. Sergio Lari non fa “scrusciu”, ma risultati. Si deve a lui la scoperta del depistaggio che ha lasciato impunito il crimine di via D’Amelio. Il procuratore di Caltanissetta ha taciuto per mesi: hanno scritto e parlato tutti, il più delle volte a sproposito, dell’inchiesta che ha riempito le cronache per l’intera estate. Invece che i malandrini, i boss e i loro amici, sul banco degli imputati, in un processo “etico-politico”, con una sapiente campagna mediatica, hanno spedito il capo dello Stato.
Dopo un lungo silenzio, Sergio Lari, titolare delle indagini sulla strage di via d’Amelio, ha detto le cose come stanno, in modo inequivocabile. Le conversazioni fra Giorgio Napolitano e Nicola Mancino, sostiene Lari, non c’entrano niente con “il piano pregnante della trattativa Stato-mafia”, l’attacco al presidente della Repubblica “è ignobile”, non è collegato a menti raffinatissime ma a personaggi politici in attività con nomi e cognomi ben noti; coloro che accusano il Quirinale di avere intralciato le indagini sulla trattativa mentono, perché “dal Colle non è mai arrivata alcuna seppur larvata pressione, anzi solo parole di incoraggiamento”.
Nell’intervista concessa a Felice Cavallaro sul Corriere della Sera il procuratore di Caltanissetta ci consegna elementi e di estrema rilevanza: “A Caltanissetta”, riferisce Lari, “abbiamo avanzato una richiesta cautelare per esponenti di Cosa nostra: 1700 pagine, 300 delle quali dedicate alla trattativa, che certamente ha avuto una incidenza sull’accelerazione dell’esecuzione di questa strategia di morte”.
Occorre riflettere su queste parole: Caltanissetta si è occupata della trattativa Stato-mafia, al pari di Palermo, e qui si sono svolte le indagini che hanno scoperto il depistaggio sui mandanti e gli esecutori della strage di via D’Amelio. Un depistaggio che ha mandato all’ergastolo degli uomini innocenti, anche se probabilmente, consenzienti. Invece che mirare al Colle, si sarebbe dovuto riflettere su indagini e processi (ben sei) che hanno di fatto coperto i veri colpevoli per quindici anni.
Ed è proprio questo che, senza dirlo, probabilmente si chiede Lari: “Noto con certo disagio l’attenzione dei mass media sulle telefonate fra il presidente Napolitano e il senatore Mancino che nulla hanno a che vedere con il possibile collegamento fra trattativa e stragi del ’92 e ‘93”.
Le affermazioni di Sergio Lari seguono quelle di Antonio Ingroia, coordinatore dell’inchiesta della procura di Palermo sulla trattativa. E a questo punto occorre chiedersi quali nobili motivazioni abbiano promosso la “precettazione” di decine di migliaia di italiani in favore della Procura di Palermo e di Caltanissetta, attaccate dalle istituzioni, e cioè, come è stato scritto e ripetuto, dal Quirinale, l’Avvocatura dello Stato, il Consiglio Superiore della Magistratura e la Corte costituzionale, “composta dagli amici del presidente della Repubblica”.
Sergio Lari ha fatto chiarezza oltre ogni ragionevole dubbio: non cercate le menti raffinatissime, che evocano lo spettro dell’Addaura (e le preoccupazioni, legittime, di Giovanni Falcone nel 1989): i responsabili del depistaggio mediatico sono ben noti politici in attività e ben note testate giornalistiche. Che hanno usato per la loro “ignobile campagna mediatica”, il presidente della Repubblica. E non solo. Sulle colonne del Fatto quotidiano è stata chiesta la destituzione del capo dello Stato. Antonio Di Pietro, Marco Travaglio, Daniela Santanchè urlano ancora oggi, rivolti ai responsabili delle istituzioni di garanzie, che si vuole nascondere la verità agli italiani e mettere i bastoni fra le ruote alla magistratura inquirente
È toccato a Lari scoprire la tela, ancora una volta, denunciando un nuovo depistaggio.











3 commenti a "Lari: “Nuovo depistaggio
sulla trattativa”"
Ma chi sono i politici ben noti ! Perchè questi nostri cari e affidabili magistrati ci tengono sulle spine ?
Caro Direttore,
la seguo con interesse, spesso condividendo le sue opinioni. Stavolta però devo manifestarle il mio stupore per la sua lettura semplificata e semplicistica, ovvero strumentale, delle dichiarazioni del Procuratore di Caltanissetta Lari e, più in generale, dei fatti a cui queste si richiamano, ossia la tratta vita Stato-Mafia.
Senza inutili giri di parole, ammetto di avere trovato il Suo articolo alquanto disonesto poiché spaccia per verità semplici opinioni, per quanto autorevolissime, fa coincidere o induce a ritenere coincidenti posizioni differenti e omette numerosi fatti rilevanti.
Tralasciando per un momento le reciproche opinioni e le rispettive convinzioni, inevitabilmente soggettive, sugli attori e la posta in gioco, occorre mettere in file alcuni fatti che se omessi, per eccesso di sintesi o per deliberata volontà di condizionare l’opinione del lettore, fanno perdere la visione d’insieme indispensabile per una corretta lettura e interpretazione del rapporto Mancino-Quirinale (Napolitano-D’Ambrosio) e, soprattutto, per giudicare se queste conversazioni c’entrino o meno con la trattativa che ha “accelerato la strategia strategista di Cosa Nostra”, come Lari afferma. Mi limito ad allineare i fatti:
1. Mancino è indagato per falsa testimonianza nell’ambito del processo sulla trattativa Stato-Mafia.
2. Le telefonate tra Mancino e Napolitano seguivano o precedevano, ovvero alcune seguivano e altre precedevano, quelle intercorse tra Mancino e D’Ambrosio (consigliere giuridico del Presidente) il quale ultimo, discutendo della posizione dello stesso Mancino nel processo sulla trattativa, affermava di parlare in nome e per conto del Presidente Napolitano.
3. Il Quirinale, contattato e sollecitato da Mancino (privato cittadino), attraverso il proprio Segretario Generale invita il PG della Cassazione a verificare/sollecitare a sua volta un coordinamento delle indagini che di fatto esiste già ed è confermato da Grasso (DNA).
4. L’oggetto della conflitto di attribuzione sollevato dal Quirinale davanti alla Corte Costituzionale contro la Procura di Palermo, non mira a colmare alcun vuoto legislativo poiché il Quirinale non esprime dubbi sulle modalità di distruzione delle intercettazioni ma sulla loro stessa legittimità, affermando di ritenere lese delle prerogative costituzionali e, implicitamente e conseguentemente, che la procura di Palermo le avrebbe violate.
5. Il conflitto di attribuzione nasce solo dopo che Panorama afferma di essere a conoscenza dell’esistenza di intercettazioni a carico del Presidente Napolitano tra gli atti del procedimento sulla trattativa Stato-Mafia, Di Matteo ne conferma l’esistenza in un’intervista a Repubblica e l’Avvocatura dello Stato invita la Procura di Palermo a fornire riscontri in merito.
Innanzitutto Direttore, sarebbe stato opportuno ricordare cosa ha affermato Ingroia in merito alla legittimità e alle motivazioni alla base del conflitto di attribuzione sollevato dal Quirinale davanti alla Consulta.
Ingroia infatti afferma solamente e diplomaticamente, forse per evitare prevedibili censure e sanzioni, che il Quirinale fa fatto bene a richiedere l’intervento della Corte Costituzionale per fare chiarezza su un vuoto normativo che riguarda, faccia attenzione, la modalità di distruzione delle intercettazioni (da parte del GIP con o senza deposito e contradditorio) indirette di Napolitano. Il Quirinale invece, come spiegato al punto 3), non sembra aver voluto colmare alcun vuoto, ma chiedere l’accertamento di un reato commesso dalla Procura di Palermo accusata di avere leso, quanto meno nella forma di una menomazione, le prerogative costituzionali del Presidente della Repubblica.
Sul punto delle dichiarazioni di Lari che affermano l’assenza di legami tra le telefonate incriminate e la trattativa “Noto con certo disagio l’attenzione dei mass media sulle telefonate fra il presidente Napolitano e il senatore Mancino che nulla hanno a che vedere con il possibile collegamento fra trattativa e stragi del ’92 e ‘93”, mi permetto di fare due osservazioni, una di natura tecnica una logica:
1. Lari non può essere a conoscenza del contenuto delle conversazioni intercettate tra Mancino e Napolitano, ergo non può nemmeno sapere se il loro contenuto abbia o meno alcun collegamento con le indagini sulla trattativa. Quanto afferma Lari perciò sarebbe esclusivamente legato al fatto che quelle intercettazioni sono state ritenute penalmente irrilevanti dalla Procura di Palermo. Questo, Direttore, avrebbe potuto/dovuto spiegarlo ai suoi lettori.
2. Da un punto di vista logico invece il nesso invece esiste eccome. Pur non essendovi infatti alcuna rilevanza penale, sarebbe corretto, oltre che opportuno, non dimenticare mai di ricordare ai suoi lettori che il conflitto di attribuzione Quirinale-Procura di Palermo nasce sì rispetto alle intercettazioni indirette del Presidente Napolitano al telefono con Mancino (le cui utenze erano soggette a controllo), ma anche che queste telefonate si inserivano in un quadro di conversazioni telefoniche di cui si conosce esattamente il contenuto, intercorse tra Mancino e D’Ambrosio (Consigliere Giuridico del Presidente Napolitano), e che riguardavano la posizione di Mancino nelle indagini sulla trattativa dove verrà rinviato a giudizio per falsa testimonianza.
Lari e Ingroia, diversamente da quanto farebbe intendere il suo articolo, dicono cose diversissime anche sui presunti responsabili della campagna di attacco al Quirinale:
1. Lari, innanzitutto, contraddice il Procuratore Grasso che ha parlato del coinvolgimento di menti raffinatissime. Poi sui mandanti/esecutori del “depistaggio mediatico” lascia intendere che i responsabili siano noti politici e testate a cui Lei ha dato nome e cognome: Il Fatto, Travaglio, Di Pietro, Santanchè.
2. Ingroia indica responsabili diametralmente differenti: Panorama, in modo diretto, e Silvio Berlusconi, in modo indiretto ma implicito quale proprietario di Panorama.
Anche su quest’ultima parte del Suo articolo rilevo da parte Sua una mancanza di obiettività. Lei afferma infatti “Sergio Lari ha fatto chiarezza oltre ogni ragionevole dubbio”. Mi permetto invece di suggerirle di rettificare questo postulato con un più onesto: “Sergio Lari ha affermato oltre ogni ragionevole dubbio”. Fissare correttamente il significato di un’affermazione è cosa ben diversa dall’affermare la verità di quell’affermazione oltre ogni ragionevole dubbio. Capisco che Lei riconosca al Procuratore Lari doti divinatorie ma mi parrebbe eccessivo fare coincidere le sue opinioni, pur autorevolissime, con la verità.
Distinti saluti
Credo che siamo tutti in attesa di conoscere i “politici ben noti”, perché in questo paese martoriato e macchiato del sangue di tanti innocenti, come giudici e le loro scorte, che hanno perso la vita lottando per affermare la giustizia, la democrazia e la libertà per tutti i cittadini, si faccia finalmente una pulizia giusta, esautorando la politica criminale – che si fa le leggi per esercitare liberamente la propria criminalità – e i reggicoda della carta stampata e di altri strumenti mediatici che diffondono veleno per tenere tutte le libere attività in ginocchio.
Buon lavoro dottor Lari, sono convinto che non sarà facile lavare il paese sporcato da tanta melma, ed eliminare la relativa puzza ben consolidata ormai in tutti i gangli dello Stato! Non credo che le consentiranno una vita facile! – Chi rema contro la magistratura, chi distrugge le leggi che garantiscono lo stato di diritto, chi teme le intercettazioni che finora hanno permesso di assicurare alla giustizia tanti criminali e hanno consentito di prevenire tante azioni criminali, hanno un nomi e un cognomi che non possono sfuggire agli atti parlamentari e a chi possiede un minimo di onestà intellettuale.