(essepì) “Se sono tranquillo? Perché non dovrei esserlo, è una questione giuridica che la Corte costituzionale e la Procura di Palermo stanno affrontando, non altro”. Francesco Messineo, quando gliene danno l’opportunità, affronta le cose con disarmante buonsenso. Vorrebbe riportare il conflitto nell’ambito di una normale diversità di vedute fra l’organo di garanzia dello Stato, qual è il presidente della Repubblica, e l’autorità giudiziaria, ma è troppo tardi. Non è nelle sue facoltà, chiuderlo, com’è avvenuto in decina di altri conflitti fra procure negli ultimi anni. Ce l’hanno in mano i volponi, i furbi, gli antagonisti, i nuovi paladini della strategia della tensione. Perciò c’è da aspettarsi altro.

Antonio Ingroia, il procuratore aggiunto, qualche giorno fa aveva rilasciato dichiarazioni che, in qualche modo, avrebbero dovuto riportare su binari di normalità la vicenda, in una intervista al Corriere della Sera, nella quale ribadiva rispetto, considerazione e stima verso il Quirinale e lamentava le strumentalizzazioni di cui era oggetto il lavoro dei magistrati. Troppo tardi anche per lui. Ingroia aveva ringraziato le folle di estimatori e sodali, raccolta dal Fatto quotidiano, certificando lo stato d’assedio del Palazzo di giustizia siciliano.

Pareva, comunque, con le sue sobrie dichiarazioni che finalmente le parti si disponessero all’attesa del pronunciamento della Corte costituzionale, il cui giudizio avrebbe messo a tacere illazioni, sospetti, escogitazioni e torbide manovre – per usare le parole di Giorgio Napolitano. Non è andata proprio così così. Ci ha pensato un’inchiesta di Panorama (Mondadori, Fininvest, Berlusconi) a ridare fuoco alle polveri, riferendo, senza virgolettati, il contenuto delle conversazioni intercettate fra l’ex ministro Nicola Mancino e il capo dello Stato (è stata avviata un’indagine per scoprire da dove arriva la soffiata: un magistrato, un poliziotto, un avvocato?). Napolitano avrebbe espresso nel corso delle conversazioni telefoniche avute con Mancino giudizi poco lusinghieri sul conto di Silvio Berlusconi, Antonio Di Pietro ed una parte della magistratura palermitana.

Apprese le anticipazioni sull’inchiesta di Panorama, il presidente della Repubblica ha reagito duramente, immediatamente e in modo inequivocabile: tutto falso, si tratta di torbide manovre, insinuazioni, e il Quirinale non è ricattabile.

Ma allora, se il contenuto delle conversazioni è penalmente irrilevante, se le parole del capo dello Stato non rivelano alcun malanimo verso chicchessia, da che cosa nascono i sospetti avanzati dapprima dal Fatto quotidiano di Marco Travaglio, convinto che la verità sulla trattativa mafia Stato sia nelle conversazioni? E perché Travaglio apre le ostilità ospitando nel giornale che vicedirige una intervista al fratello di Paolo Borsellino, Salvatore, il quale chiede addirittura la destituzione del presidente per le intercettazioni giudicate irrilevanti dagli stessi inquirenti?

E perché mai l’avere sollevato il conflitto di competenza da parte del Quirinale – il massimo organo di garanzia costituzionale – sulla liceità delle intercettazioni, si è trasformato in un attacco alle procure di Palermo e Caltanissetta che lavorano alla ricerca della verità, nonostante ripetute dichiarazioni dei magistrati palermitani sulla legittimità della decisione?

E ancora: se i magistrati di Palermo affermano di non avere subito pressioni di sorta e quelli di Caltanissetta non si occupano della trattativa Mafia-Stato, ma del depistaggio che per quindici anni, ha “coperto” di fatto mandanti ed autori della strage di Via D’Amelio, perché Il fatto quotidiano ha promosso una raccolta di firme di sostegno alla procura di Palermo e di Caltanissetta ? E com’è possibile, si chiede Ezio Mauro, direttore de la Repubblica, “rappresentare la crisi italiana come una manovra di palazzo, orchestrata da un uomo che gli altri Paesi ci invidiano come uno dei pochi punti di forza della nostra democrazia ?”

Infine, la domanda delle cento pistole: come nasce e si alimenta la sorprendente inedita convergenza fra Il fatto quotidiano di Antonio Padellaro e il settimanale  Panorama del gruppo Fininvest di Silvio Berlusconi? Fra  Marco Travaglio, Antonio di Pietro e Daniela Santanchè?

La tesi di Ezio Mauro è politicamente suggestiva – “siamo davanti a parole ed opere tipiche di una nuova destra che lavora trasversalmente ed insidia il campo democratico…” – ma non ci aiuta più di tanto. Che le risposte all’enigma possano trovarsi tuttavia nel movente politico è possibile: destabilizzare la figura più prestigiosa della Repubblica per scomporre, frammentare, cancellare gli uomini e i partiti che potrebbero vincere le elezioni costituisce un movente credibile. Ma che possa esserci altro, come illustri giuristi sospettano, una “normale” competizione fra  due poteri dello Stato, con il potere giudiziario attestato su una posizione di indubbia supremazia per gli strumenti di cui dispone, rispetto al governo ed al Parlamento, non può escludersi.

La proposta di un Partito della Costituzione avanzata da Travaglio sul Fatto quotidiano, sembra rivelare obiettivi molto ambiziosi dell’area antagonista (Grillo, Di Pietro), mentre l’attivismo dei giornali berlusconiani sembra aspirare ad una “derubricazione” dei nemici dell’ex premier. Un redde rationem ed un messaggio agli italiani di indubbio valore politico per il Cav:  ecco chi sono quelli che hanno cacciato via a novembre dello scorso anno il premier.

Potrebbe esserci dell’altro ancora. Vittorio Teresi, procuratore aggiunto a Palermo e segretario distrettuale dell’Anm, sintetizza su la Repubblica “l’aria che si respira nei corridoi di una procura nel mirino dove si continua a lavorare anche di Ferragosto”. Viviamo un forte isolamento, sostiene Teresi, “da quando all’attivazione di procedure istituzionali, certamente legittime, su tutta la vicenda è calato il silenzio inquietante da parte delle istituzioni, della politica, della stampa nazionale…”. Poi cita alcune questioni, come “la corsa di Scarpinato e Messineo per la Procura generale e, a cascata, la guida delle procure di Palermo e Caltanissetta… E a settembre verranno trasferiti quattro ufficiali dei carabinieri, che ci faranno perdere le memorie storiche dell’Arma”.

Insomma, sembra esserci tutto di mezzo. Lo gnommero, il garbuglio, il gomitolo, per dirla con le parole del dottor Ingravallo, il commissario del “Pasticciaccio brutto di via Merulana” di Carlo Emilio Gadda, è inestricabile. C’è la causale apparente, la causale principe, avverte Ingravallo, “ma il fattaccio è l’effetto di una rosa di causali che scoffiano a molinello e s’avviluppano a tromba”.

Altrimenti come si spiegherebbe, che a Palermo l’Italia dei Valori di Antonio Di Pietro e Leoluca Orlando stia facendo le divine ed umane cose per mettere all’incasso (elettorale) da subito la popolarità di Antonio Ingroia, facendone il “campione” delle prossime regionali siciliane, anticipatrici delle politiche, di fatto “l’uomo giusto” per condurre lucidamente l’assalto “al potere” oggi rappresentato da Napolitano. Una iniziativa intempestiva, come depositare in banca soldi di dubbi provenienza, appena ricevuti, fanno notare gli esperti di riciclaggio politico.

Ricapitoliamo: le questioni sollevate da Vittorio Teresi, gli obiettivi di Di Pietro e Orlando, il partito dei giudici di Marco Travaglio, le campagne mediatiche dei giornali berlusconiani sono le cause che “s’avviluppano a tromba”. Lo “gnommero” del pasticciaccio brutto, insomma.