Lucifero ha trasferito al Nord la stagione degli incendi e in Sicilia, non solo in Sicilia, è calato il silenzio tombale come al solito: le voci indignate e allarmate si sono spente, i sospetti si sono allontanati, la domanda di sicurezza è stata cancellata. Non è che questa domanda sia stata alta e forte: né al Nord, né al Sud, infatti, seppure per ragioni diverse, la sicurezza non è mai stata associata agli incendi boschivi. C’è più paura per lo straniero, lo sconosciuto, l’immigrato, che per il piromane.
Quanto vale la devastazione di ettari di bosco, la distruzione di riserve naturali, come lo Zingaro in Sicilia? Ma basta dare uno sguardo superficiale alle cifre. Questa estate si è raggiunto il record di una media di 150 incendi al giorno. Da gennaio ad agosto non ancora concluso le fiamme sono divampate 6.200 volte con un incremento del 75 per cento. Cinquanta mila circa gli incendi dal 2000: l’acuirsi del fenomeno non ha accentuato l’attenzione, gli strumenti di prevenzione e di intervento non sono serviti a nulla, anzi.
Il politologo Giovanni Sartori in un editoriale del Corriere della Sera si chiede quanti piromani siano stati puniti e quanti anni di galera siano stati comminati ai colpevoli. Corrado Zunino, su la Repubblica, offre qualche dato: i piromani scoperti quest’estate sono stati otto. Eppure, si rammarica Sartori, “i carabinieri di stanza nei paesini sanno benissimo chi sono gli incendiari”. E allora? La legge impone che le manette scattano quando il piromane è colto in flagrante, altrimenti niente. “Immaginatevi la scena – chiosa Sartori – i carabinieri appostati dietro il cespuglio, i piromani con lo zainetto pieno di inneschi incendiari che li ‘annusano’ e se ne vanno altrove a duecento metri per fare il loro malaffare”.
La Repubblica traccia l’identikit del piromane: nel 91 per cento dei casi è un residente, nell’87 per cento un incensurato, 38 per cento un pensionato, solo 13 per cento un operaio. Una statistica che per certi verso sorprende, in considerazione dei pregiudizi che circolano sui forestali (spesso ingiusti), ma che si basa sui casi risolti, che sono una infima parte di quelli accaduti.
Sull’incendio che ha distrutto la riserva dello Zingaro, tanto per fare un esempio, il comune di San Vito Lo Capo, in provincia di Trapani, ha protestato per i ritardi nell’arrivo dei Canadair, la Protezione civile ha lamentato il ritardo nella richiesta di intervento e il comandante dei forestali della riserva ha confessato la sua frustrazione per essere rimasto solo, letteralmente solo, ad affrontare quell’inferno “prevedibile”. Perché non c’è niente di più puntuale e localizzabile di un incendio in campagna.
Corrado Zunino fa il conto dei costi: 5.000 euro il costo medio dello spegnimento, 7.000 euro il costo di un’ora di volo di un elicottero della Forestale e 10.000 euro quello di un Canadair. Queste cifre vanno moltiplicate per il numero degli interventi in Sardegna (805 incendi), la Campania (677), la Calabria (635), la Toscana (504), il Lazio (467). Un ettaro di terreno incendiato costa 5.000 euro. L’ecatombe di alberi fa dell’Italia il primo Paese importatore di legname.
E la Sicilia? Dell’Isola si parla assai, ma i numeri non la danno in testa. Anzi su Repubblica non ci sono proprio. Significa che la Sicilia occupa il centro della classifica, di sicuro non sta in coda. I costi sono altissimi. 211 i morti a causa degli incendi da 1978 ad oggi. Enorme il valore degli ettari di boschi perduti (gli alberi ricrescono ma il top soil non c’e’ più, e l’acqua fa danni enormi).
Rimedi, prevenzione, repressione. Tutto si tiene. La repressione è inesistente, la prevenzione modesta, la capacità di intervento rapido con strumenti idonei è migliorata sensibilmente, senza tuttavia abbassare il livello delle “fiamme”.
Giovanni Sartori consiglia un commissariato ad hoc nella Protezione civile, una riforma della legislazione che consenta di acciuffare i piromani ed ammanettarli anche se non sono trovanti il flagranza di reato. A questi suggerimenti ne aggiungiamo un altro: creare incentivi, condizioni ambientali perché la difesa dei boschi e delle riserve non sia affidata alla “civiltà” dei cittadini e degli addetti ai lavori, ma sia legata al loro interesse. Qualche cosa che abbia a che fare con il buon affare grazie alla presenza di operatori nelle zone da tutelare e al “premio” in busta paga per chi ha scelto come mestiere di salvaguardare il nostro bene più prezioso, la natura. Gli ambientalisti e coloro che tengono i conti delle risorse pubbliche sanno che la prevenzione costerebbe molto meno che riparare i guasti delle fiamme.
( foto di Charlie Biondolillo)










