Ho seguito con fervido interesse il dibattito scaturito, sulle pagine di questo giornale, grazie alle sempre puntuali e rigorose considerazioni di Salvo Andò.
Tempo fa avevo avuto modo di esprimere, in un mio articolo sull’Avanti! un punto di vista assai vicino all’analisi del presidente della Fondazione “Nuovo Mezzogiorno”, nell’invocare non a caso un “tagliando” per l’Autonomia siciliana. Le ultime valutazioni di Andò consolidano una mia convinzione maturata da tempo, che prende le mosse dall’ormai oggettivo superamento del tradizionale regime duale di autonomia regionale; un concetto declinato secondo le categorie dell’ordinarietà e della specialità, nel cui quadro era stato pensato lo Statuto siciliano, seppur anteriormente all’insediamento dell’Assemblea costituente. Ho ritenuto opportuno precisare quest’ultimo dato, ancorché la stragrande maggioranza dei costituzionalisti osservi che, in virtù della legge di recepimento dello Statuto siciliano del 31 gennaio 1948, esso si configura ormai, a tutti gli effetti, come una legge costituzionale speciale posteriore alla Costituzione. In questo senso, le modifiche al dettato costituzionale, dal punto di vista dell’armonia giuridica, non possono essere considerate ininfluenti per formulare un giudizio sull’inattualità di alcune disposizioni statutarie.
Va da sé che una tale inadeguatezza, lungi dal poter essere ascritta al cristallino pensiero dei padri dell’Autonomia, è stata colpevolmente determinata, nel corso di questi sessantasei anni, dalla gravissima disapplicazione di buona parte della carta fondamentale siciliana, che, protrattasi nel tempo, ha determinato una sorta di desuetudine costituzionale, alla cui formazione hanno concorso tanto lo Stato centrale quanto la Regione, attraverso il rifiuto di presidenti del passato di fare ricorso alle prerogative ed ai poteri conferiti.
A ciò si aggiunga che il nuovo modello di regionalismo differenziato, introdotto dalla legge costituzionale n°3 del 2001 e tradottosi in un paradigma di “specialità diffusa”, avendo posto le regioni a statuto ordinario sempre più nella condizione di rivendicare competenze via via maggiori, impone a fortiori a tutta la classe politica siciliana di ripensare il nostro modello di autonomia in considerazione del mutato quadro costituzionale, ma possibilmente in una chiave che tenga conto della specificità dell’identità siciliana, valorizzandola.
Una classe politica avveduta dovrebbe in primo luogo spezzare la catena dei corsi e ricorsi storici. Affermare che esista un costituzionalismo siciliano preesistente allo Stato unitario italiano e che esso si sia evoluto anche dopo la sua nascita, culminando nello Statuto di autonomia, non costituisce una boutade iper-sicilianista, ma una constatazione più che evidente per un illustre storico del pensiero politico come Enzo Sciacca; così come è vero che la Carta del 1812 e quella del 1946 furono entrambe tradite a pochi anni dalla loro promulgazione. Tuttavia, il documento d’epoca borbonica, votato e non graziosamente concesso dal sovrano, lasciò nella classe dirigente siciliana un senso orgoglioso di appartenenza ad una identità ben definita, insieme alla fede nel principio rinnovatore della libertà e ad altre suggestioni derivate dal modello politico e civile della Gran Bretagna, che esercitò sempre una fortissima influenza nell’isola, dai tempi delle guerre napoleoniche fino all’epopea dei Florio ed al fascismo.
Di certo la Sicilia rappresentava il terreno migliore, proprio per il fatto di avere una tradizione parlamentare più antica rispetto a qualunque altra regione dell’Europa continentale, su cui le idee inglesi potessero attecchire: la Carta del 1812 le ha sicilianizzate e le ha fatte diventare il senso comune della classe dirigente siciliana risorgimentale, pre-fascista ed anti-fascista. Da questo brodo di coltura scaturì lo Statuto del 1946, basato sul principio pattizio proprio perché alla Sicilia venne riconosciuta una sua identità definita sul piano costituzionale. Dunque l’autonomia statutaria è frutto della nostra storia costituzionale pre-unitaria, che ancora influenzava i padri dello Statuto del 1946. Per questo credo che la riflessione di Salvo Andò colga nel segno, sottolineando come il ruolo della Sicilia in rapporto allo Stato centrale non possa essere più interpretato secondo gli stilemi di una temperie culturale ormai lontana.
Ben venga dunque la riapertura del dibattito sulla nuova nozione di autonomia nella Sicilia del XXI secolo: uno sforzo che deve procedere di pari passo con l’impegno di tutti gli attori in scena a lavorare concretamente per la formazione di una classe dirigente responsabilizzata e più matura, chiamata ad utilizzare lo Statuto speciale del futuro per l’ammodernamento e l’introduzione nei gangli della Regione di ruoli innovativi, quali figure di coordinamento della partecipazione.
La “Scuola di democrazia” della Fondazione Nuovo Mezzogiorno è un piccolo passo in questa direzione. Credo che la tradizione socialista democratica e riformista siciliana abbia le carte in regola per concorrere alla missione di coniugare nella modernità del linguaggio, dei contenuti e degli strumenti, i temi classici dell’autonomismo siciliano, come si è sviluppato dai Fasci dei lavoratori ad oggi. Temi che il Psi in Sicilia ha interpretato nel quadro della lotta per la rinascita del Mezzogiorno e per risolvere la situazione di arretratezza economica e semi-coloniale dell’isola, vero e proprio cardine della strategia meridionalista del Partito Socialista da Rodolfo Morandi a Salvatore Lauricella, il padre del centro-sinistra siciliano che insieme al democristiano Giuseppe D’Angelo diede il via alla lotta alla mafia da parte delle istituzioni regionali, fino a Nicola Capria, perseverante difensore delle istituzioni autonomiste a Palermo come a Roma. E senza dimenticare le battaglie dello stesso Salvo Andò, che negli anni ‘90 diede vita ai “Liberalsocialisti”, partito regionale ancorato proprio alle istanze dei territori ed alla valorizzazione dell’Autonomia siciliana conculcata.











9 commenti a "Sicilia, ripensare l’autonomia"
Sicuramente non sarà una battaglia semplice, ma vale la pena di combatterla. Anche per spazzare via gli ascari che non sono stati capaci di utilizzare le istituzioni autonomiste finora.
Antonio, ho compreso la sua posizione. Ma, le torno a ripetere, se non si è avuta fino ad ora la forza contrattuale per far attuare questo Statuto (che di competenze alla Regione Siciliana ne devolve davvero tantissime!) come si pensa di poterlo modificare in senso addirittura ampliativo?
Se non fosse ancora chiaro, la sola riforma possibile è ovviamente la devoluzione di maggiori competenze.
Io penso che la sola ingenuità (per non dir di peggio) sia pensare di restare impantanati così come siamo, mentre gli altri vanno avanti. Come ho scritto chiaramente, serve in primo luogo la formazione di una nuova classe politica, operando, nel contempo e con gli strumenti possibili, per consegnarle uno Statuto riformato.
Pensare di modificare lo Statuto quando non si ha nemmeno la forza per farlo attuare, significa o essere ingenui o sperare che venga modificato in senso restrittivo.
Gentile Ciccio, non mi è chiaro con chi Lei possa avercela: se avrà la compiacenza di leggere questo mio articolo, che mi pare non abbia letto, così come quello sull’Avanti! di due anni fa, alla pagina http://www.avantidelladomenica.it/site/ArtId__384/334/476-Antonio_Matasso_-_Un_“tagliando”_per_l’autonomia_siciliana.aspx , si accorgerà che io chiedo appunto più Autonomia ed una maggiore devoluzione di poteri alla Sicilia. E faccio riferimento, tra le varie questioni, proprio alla partecipazione del Presidente della Regione, che ha il rango di ministro, alle riunioni del Governo nazionale. Prerogativa, anche questa, non utilizzata a causa di una scellerata complicità tra i Presidenti della Regione del passato ed i governi romani. Più chiaro di così… Per favore, sia così gentile da fugare il sospetto di non essersi fermato solo al titolo.
Ai collaborazionisti prestati ai poteri forti che chiedono, per conto terzi, la “riforma” dello Statuto, chiedo:
Siate chiari. Cosa non vi va dello Statuto? O, meglio, cos’è che i vostri padroni, nel Continente, temono, se i Siciliani si svegliano e ne chiedono l’attuazione?
La possibilità di istituire tributi propri?
La giurisprudenza costituzionale speciale’
La possibilità di emettere titoli, sotto forma di prestiti interni, che costituiscano una moneta complementare regionale?
La possibilità di partecipare alle decisioni statali, anche in sede europea, in materia di costi di trasporto?
La devoluzione integrale delle funzioni statali nell’Isola al Presidente/Ministro?
La polizia regionale che non consentirebbe più le trattative dirette Stato/mafia?
Il particolare status doganale per le importazioni di beni capitali per l’industria agroalimentare e per l’agricoltura?
La possibilità di determinare i programmi ministeriali per la scuola?
La possibilità di fermare il piano di svendita dei servizi pubblici d’interesse generale voluto dalla BCE e usurai vari, vostri danti causa?
O cos’altro?
Magari la possibilità di far fare le leggi direttamente ai cittadini per mezzo dei referendum confermativi?
Lo Statuto è uno strumento preziosissimo, tenuto nascosto ai Siciliani per oltre 60 anni…
e ora che lo stanno scoprendo, da castrare e boicottare.
NO PASARAN.
Le assicuro che la mia disamina non contiene alcuna difesa d’ufficio, peraltro nient’affatto necessaria, né fatalismo storicista, nonostante il richiamo vichiano. Una classe politica avveduta, come sottendere la mia riflessione, avrebbe appunto dovuto adoperarsi per adeguare il nostro modello di decentramento a fronte della “specialità diffusa” determinata dalla riforma del Titolo V della Costituzione (la citata legge costituzionale n°3/2001). Anche in questo caso, la responsabilità è in parte della pochezza dei parlamentari siciliani di questa c.d. “Seconda Repubblica”, in parte di uno Stato centrale che, attraverso i suoi rappresentanti, ha sempre operato in sessantasei per svilire la nostra Autonomia. Alla luce degli esperimenti fallimentari, dal 2001 ad oggi, nell’area del centro-destra, dove l’autonomismo è sempre stato vissuto come una scorciatoia per inventarsi una diversità, pur riuscendo ad attrarre qualche ex socialista di piccolo calibro e grandi appetiti, credo che ora tocchi alla sinistra intestarsi una battaglia per rilanciare e rafforzare la nostra specialità. Del resto, in Catalogna come nelle Fiandre, in Vallonia o in Irlanda del Nord, sono anche le formazioni socialiste riformiste a farsi carico delle ragioni dell’autonomia. Non vedo perché in Sicilia non possa determinarsi la stessa situazione.
Mettiamo da parte le difese d’ufficio o gli storicismi.
. Il dato di fatto è che con la riforma del Titolo V Della Costituzione viene ricono sciuta la specificità degli statuti speciali preesistenti .Ma si ferma lì
La Regione Siciliana,o meglio i suoi rappresentanti non hano mosso un dito per chiedere ed ottenere dallo stato centrale l’adeguamento della specialità del suo statuto al nuovo sistema delle autonomie creato dal nuovo Titolo V Non si è tentato neanche di proporre la costituzione di quella Commissione paritetica prevista per l’attuazione dello Statuto
Non si è riusciti a formarla ,e poi è stata definitivamente affossata ,sapete perchè?, Perchè i deputati siciliani che avrebbero dovuto indicare i rappresentanti della Regione non riuscirono mai a raggiungere un accordo