di Antonio Matasso -

Ho seguito con fervido interesse il dibattito scaturito, sulle pagine di questo giornale, grazie alle sempre puntuali e rigorose considerazioni di Salvo Andò.

Tempo fa avevo avuto modo di esprimere, in un mio articolo sull’Avanti! un punto di vista assai vicino all’analisi del presidente della Fondazione “Nuovo Mezzogiorno”, nell’invocare non a caso un “tagliando” per l’Autonomia siciliana. Le ultime valutazioni di Andò consolidano una mia convinzione maturata da tempo, che prende le mosse dall’ormai oggettivo superamento del tradizionale regime duale di autonomia regionale; un concetto declinato secondo le categorie dell’ordinarietà e della specialità, nel cui quadro era stato pensato lo Statuto siciliano, seppur anteriormente all’insediamento dell’Assemblea costituente. Ho ritenuto opportuno precisare quest’ultimo dato, ancorché la stragrande maggioranza dei costituzionalisti osservi che, in virtù della legge di recepimento dello Statuto siciliano del 31 gennaio 1948, esso si configura ormai, a tutti gli effetti, come una legge costituzionale speciale posteriore alla Costituzione. In questo senso, le modifiche al dettato costituzionale, dal punto di vista dell’armonia giuridica, non possono essere considerate ininfluenti per formulare un giudizio sull’inattualità di alcune disposizioni statutarie.

Va da sé che una tale inadeguatezza, lungi dal poter essere ascritta al cristallino pensiero dei padri dell’Autonomia, è stata colpevolmente determinata, nel corso di questi sessantasei anni, dalla gravissima disapplicazione di buona parte della carta fondamentale siciliana, che, protrattasi nel tempo, ha determinato una sorta di desuetudine costituzionale, alla cui formazione hanno concorso tanto lo Stato centrale quanto la Regione, attraverso il rifiuto di presidenti del passato di fare ricorso alle prerogative ed ai poteri conferiti.

A ciò si aggiunga che il nuovo modello di regionalismo differenziato, introdotto dalla legge costituzionale n°3 del 2001 e tradottosi in un paradigma di “specialità diffusa”, avendo posto le regioni a statuto ordinario sempre più nella condizione di rivendicare competenze via via maggiori, impone a fortiori a tutta la classe politica siciliana di ripensare il nostro modello di autonomia in considerazione del mutato quadro costituzionale, ma possibilmente in una chiave che tenga conto della specificità dell’identità siciliana, valorizzandola.

Una classe politica avveduta dovrebbe in primo luogo spezzare la catena dei corsi e ricorsi storici. Affermare che esista un costituzionalismo siciliano preesistente allo Stato unitario italiano e che esso si sia evoluto anche dopo la sua nascita, culminando nello Statuto di autonomia, non costituisce una boutade iper-sicilianista, ma una constatazione più che evidente per un illustre storico del pensiero politico come Enzo Sciacca; così come è vero che la Carta del 1812 e quella del 1946 furono entrambe tradite a pochi anni dalla loro promulgazione. Tuttavia, il documento d’epoca borbonica, votato e non graziosamente concesso dal sovrano, lasciò nella classe dirigente siciliana un senso orgoglioso di appartenenza ad una identità ben definita, insieme alla fede nel principio rinnovatore della libertà e ad altre suggestioni derivate dal modello politico e civile della Gran Bretagna, che esercitò sempre una fortissima influenza nell’isola, dai tempi delle guerre napoleoniche fino all’epopea dei Florio ed al fascismo.

Di certo la Sicilia rappresentava il terreno migliore, proprio per il fatto di avere una tradizione parlamentare più antica rispetto a qualunque altra regione dell’Europa continentale, su cui le idee inglesi potessero attecchire: la Carta del 1812 le ha sicilianizzate e le ha fatte diventare il senso comune della classe dirigente siciliana risorgimentale, pre-fascista ed anti-fascista. Da questo brodo di coltura scaturì lo Statuto del 1946, basato sul principio pattizio proprio perché alla Sicilia venne riconosciuta una sua identità definita sul piano costituzionale. Dunque l’autonomia statutaria è frutto della nostra storia costituzionale pre-unitaria, che ancora influenzava i padri dello Statuto del 1946. Per questo credo che la riflessione di Salvo Andò colga nel segno, sottolineando come il ruolo della Sicilia in rapporto allo Stato centrale non possa essere più interpretato secondo gli stilemi di una temperie culturale ormai lontana.

Ben venga dunque la riapertura del dibattito sulla nuova nozione di autonomia nella Sicilia del XXI secolo: uno sforzo che deve procedere di pari passo con l’impegno di tutti gli attori in scena a lavorare concretamente per la formazione di una classe dirigente responsabilizzata e più matura, chiamata ad utilizzare lo Statuto speciale del futuro per l’ammodernamento e l’introduzione nei gangli della Regione di ruoli innovativi, quali figure di coordinamento della partecipazione.

La “Scuola di democrazia” della Fondazione Nuovo Mezzogiorno è un piccolo passo in questa direzione. Credo che la tradizione socialista democratica e riformista siciliana abbia le carte in regola per concorrere alla missione di coniugare nella modernità del linguaggio, dei contenuti e degli strumenti, i temi classici dell’autonomismo siciliano, come si è sviluppato dai Fasci dei lavoratori ad oggi. Temi che il Psi in Sicilia ha interpretato nel quadro della lotta per la rinascita del Mezzogiorno e per risolvere la situazione di arretratezza economica e semi-coloniale dell’isola, vero e proprio cardine della strategia meridionalista del Partito Socialista da Rodolfo Morandi a Salvatore Lauricella, il padre del centro-sinistra siciliano che insieme al democristiano Giuseppe D’Angelo diede il via alla lotta alla mafia da parte delle istituzioni regionali, fino a Nicola Capria, perseverante difensore delle istituzioni autonomiste a Palermo come a Roma. E senza dimenticare le battaglie dello stesso Salvo Andò, che negli anni ‘90 diede vita ai “Liberalsocialisti”, partito regionale ancorato proprio alle istanze dei territori ed alla valorizzazione dell’Autonomia siciliana conculcata.