Se Rocco Buttiglione, presidente dell’Udc, è diventato uno degli sponsor più convinti di Rosario Crocetta – il primo perdette la poltrona di commissario dell’Ue per le sue opinioni sugli orientamenti sessuali, il secondo gay dichiarato – perché meravigliarsi che Raffaele Lombardo, dopo avere subito indicibili insulti dalla premiata compagnia di giro Micciche&Berlusconi, sia tornato sui suoi passi e si aggira nei pressi del centrodestra?
È la politica, cari lettori, la noble art secondo alcuni, il refugium peccatorum dei mancatori di parola per altri. Mai dire mai, insomma, come ci ricordano i magistrati più corteggiati dalla politica quando qualcuno chiede loro che cosa faranno dopo avere dismesso la toga (per stabilire il principio che hanno gli stessi diritti degli altri, non pensate male) .
Su Crocetta candidato, per quanto concerne Buttiglione, è cosa fatta, su Musumeci candidato per quanto concerne il governatore siciliano, ci sono alcuni tasselli da mettere a posto. Riguardano la legge elettorale. Il Partito dei Siciliani, fondato appena qualche mese fa da Lombardo, Pistorio e gli ex dell’Mpa, ha bisogno che l’eredità del Porcellum sia raccolta con saggezza, in modo da non rendere impervio il cammino dei partiti territoriali.
Sui collegi, le preferenze, la premialità, il listino, facciano quel che vogliono, ma sulla soglia di sbarramento il Pdl deve sostenere la regionalità e fare cadere la nefasta ipotesi “nazionale”, ventilata insistentemente da mesi, che cancellerebbe sia il partito dei siciliani, quanto Grande Sud ed altre formazioni, compresa la Lega Nord, a proposito della quale Silvio Berlusconi si è già speso. Come? Assicurando a Roberto Maroni la deroga su tre regioni. Basterebbe raggiungere il cinque per cento dei suffragi su almeno tre regioni per entrare in Parlamento.
A Raffaele Lombardo e a Gianfranco Miccichè potrebbe bastare? Qualche dubbio bisogna sollevarlo, perché la soglia è alta e non risulta che ci siano regioni che lascino tranquilli entrambi, a meno che Miccichè non abbia già trovato la quadra con il Cav o con i gruppuscoli meridionalisti sparsi nelle regioni del Sud, sui quali fa affidamento. Lo sbarramento regionale sarebbe l’opzione migliore, ovviamente.
Qual è la morale? La realtà si incarica di ricordare a chi si rifiuta di guardarla in faccia, che a Canossa si deve pur andare una volta tanto se si vuole portare a casa il risultato. Non solo le elezioni regionali sono cadute “dentro” l’ombra opaca delle politiche, vicine o lontane non importa, ma devono fare i conti con i provvedimenti in progress del parlamento nazionale, in primis la riforma della legge elettorale.
Il “vade retro Satana” di Lombardo – comprensibile, per carità – sui partiti nazionali, non solo il Pdl, si è rivelato una petizione di principio, un auspicio, una speranza. O la voglia di mostrare i muscoli, fate voi.











Un commento a "Lombardo tratta con il Cav
sulla soglia di sbarramento"
Berlusconi, da tempo, non ha più alcun controllo sulle espressioni di voto dei suoi parlamentari, che ormai tirano a campare (come del resto tutti gli altri), nel tentativo di “sfangarla” sino a concludere la legislatura e beccarsi gli ultimi soldi sicuri che riescono a racimolare.
Tutti sanno che, dopo le elezioni di inizio 2013, ritornare a sedersi sugli scranni di Montecitorio o Palazzo Madama sarà davvero difficile.
La pacchia è finita, insomma.
All’interno di questo quadro generale, non si vede dunque il perché uno come Lombardo, dopo aver preso a sberle per anni il PdL siciliano, dovrebbe tornare sui suoi passi.
Berlusconi non ha proprio più niente da mettere sul piatto della bilancia e non può fare promesse credibili a nessun interlocutore politico.
Le trattative con maggiore probabilità di successo, semmai, sono quelle col PD, che si appresta a prendere il posto lasciato libero dal mandrillone ingrifato di Arcore.