La Sicilia ha una cattiva fama, ma le regioni del Nord finanziano “faraonici e costosissimi piani di espansione immobiliare”, scrive Sergio Rizzo in un editoriale di prima pagina del Corriere della Sera. Non è la prima volta che accade da qualche tempo a questa parte, man mano che vengono alla luce i dati raccolti dal governo per affrontare la revisione della spesa pubblica. La Regione siciliana non ne esce come la Madonna pellegrina, non si fascia la testa e partecipa come meglio può all’allegra finanza pubblica, ma non è la pecora nera, la divoratrice di risorse, scialacquatrice e ingorda. E’ in buona compagnia, insomma.

Rizzo mette insieme alcune cifre che meritano sicuramente una riflessione e, forse il mea culpa recitato a testa bassa da  coloro che si sono succeduti al governo nelle regioni italiane da un decennio a questa parte. Dal 2000 al 2009, infatti, la spesa pubblica regionale è cresciuta quasi il doppio di quella nazionale, , passando da 119 miliardi di euro a 209 miliardi. L’incremento, segnala Rizzo,  dovuto per la metà alle spese sanitarie, è stato del 75,6 per cento, tre volte e mezzo rispetto all’inflazione e il doppio rispetto al balzo, seppure, del 37,8 per cento fatto dalla spesa pubblica italiana.

Sergio Rizzo ne deduce, correttamente, che senza la spesa regionale il rapporto fra prodotto interno lordo e debito pubblico negli ultimi dieci anni sarebbe rimasto allo stesso livello.

Su “la Repubblica”, Annalisa Cuzzocrea, invece, analizza i contributi versati dalle assemblee legislative regionali ai gruppi parlamentari, “scoprendo” che il finto rimborso forfettario delle spese elettorali ai partiti, non è l’una fonte di finanziamento occulto alle forze politiche, perché’ ce n’è un altro consistente e vistoso, che individua nei consigli regionali, l’assemblea regionale siciliana e le province autonome, gli elargitori di congrui contributi per l’attività politica ai gruppi consiliari. Nell’uno e l’altro caso i soldi finiscono ai partiti attraverso le rappresentanze elettive che così mantengono da quasi venti anni, i cordoni della borsa. Un privilegio che di sicuro non contribuisce al ricambio della classe politica.

Annalisa Cuzzocrea, che firma l’indagine, scrive che il consiglio regionale più generoso e’ il Lazio, perché spende quindici milioni di euro l’anno per i gruppi consiliari, a titolo di contributo all’attività politica, seguito dalla Lombardia (14 milioni di euro), l’Assemblea regionale siciliana (12 milioni 650 mila euro), Il Piemonte (8 milioni 901 mila euro), e Veneto (8 milioni e 51 mila euro). Le risorse vengono assegnate ai presidenti dei gruppi, cosi come i rimborsi arrivano nelle tasche dei presidenti dei gruppi parlamentari alla Camera ed al senato, stabilendo così il principio che i cordoni della borsa devono essere mantenuti nelle mani dei consiglieri regionali e dei parlamentari nazionali con immaginabili ricadute sul ricambio della classe politica.

La munificenza contributiva delle Regioni verso i partiti conferma il giudizio di Sergio Rizzo sulla finanza regionale, appesantita dall’elefantiasi degli apparati politici, dalla miriade di enti e società partecipate, “fonti di clientelismo e di sottogoverno”.  Pollice verso, unque: “L’autonomia si è rivelata talvolta un comodo paravento per dissipare denaro pubblico, senza che lo Stato possa mettere in atto contromisure”.

I grandi giornali scoprono l’acqua calda. Rizzo, in particolare, vorrebbe ripristinare la ghigliottina per tagliare la testa all’Idra vorace, auspicando una revisione radicale del ruolo delle funzioni delle regioni, e non certo attraverso un’estensione dei poteri,  “a cominciare dall’abolizione degli statuti speciali”.

Ad un’analisi corretta, corrisponde un ritorno al medioevo del decentramento amministrativo, grazie ad un calcolo matematico: chi spende di più va buttato a mare. Facendo questo ragionamento, bisognerebbe cancellare anche le Camere, visto che sono in assoluto la fonte dei maggiori privilegi.

L’autonomia è una delle conquiste, la più importante, della democrazia moderna. Se le Regioni spendono troppo senza migliorare i servizi, significa che sono state finora governate male. Gli Statuti speciali, in particolare, non sono frutto di un mero provvedimento di decentramento, ma la conseguenza di storie speciali , come l’Alto Adige e la Sicilia, tanto per citarne due. Lo Statuto della Sicilia, una Carta federale, anticipò la Costituzione italiana. E’ immaginabile che si faccia carta straccia di tutto ciò?

Occorre piuttosto mettere in campo meccanismi rigorosi che responsabilizzino gli amministratori anche attraverso una migliore trasparenza. L’idea di mandare a casa gli spendaccioni, con criteri di “decapitazione” oggettivi, per esempio, potrebbe essere sperimentata.